L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 21.1918

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MARY PITTALUGA

a volte, eccessivamente gravi, al futuro autore dei Maitres pareva che ciò dipendensse
da un complesso di esterne circostanze, giustificabili nei fatti stessi: il posseder la cri-
tica, interprete di tutti (dilettanti, gente di gusto, professionisti) soltanto le opinioni
dei tecnici, l'esser essa esercitata da uomini diversi d'età, di nascita, di abitudini, di
punti di vista, di preconcetti, ecc. Argomenti ben deboli, evidentemente, che non ba-
stano a spiegare perchè la disciplina dovesse serbare il carattere d'ambiguità, che lo
scrittore le riconosceva'.

Egli si rivolgeva anche a considerare l'atteggiamento del Governo rispetto a.le arti
e concludeva esser esso fuori di causa: non sta a un Governo fare dei pittori, ma adot-
tarli; non sta a un Governo dirigere il gusto, ma moltiplicarne le prove di bontà.

Ora, se del malessere, poco celato da un'apparenza di prosperità, il pubblico non
ha colpa, la critica neppure, il Governo ancor meno, chi del malessere può ritenersi re-
sponsabile?

Il Fromentin rispondeva: « C'est nostre ignorance ».

Poiché il gusto del pubblico era compromesso, e poiché quello degli artisti non lo
era meno, che cosa sperare, se non una meravigliosa guarigione, e ne l'ambiente del pub-
blico, e in quello degli ateliers? Una guarigione duplice e contemporanea, la quale po-
nesse fine a quel perenne agitarsi in un circolo vizioso? Un male locale non esisteva,
da l'una, né da l'altra parte; ad effetti certi non corrispondevano certe cause. Quindi
il Fromentin consigliava di non risalire a la causa: di portar piuttosto la cura sul mezzo,
con cui combatter gli effetti: come là scienza terapeutica, che studia il male nei sintomi,
trascurando le cause determinanti.

Si può dubitare, evidentemente, de l'efficacia di tale metodo: cessano i sintomi,
serbando perfetta trascuranza de le cause? o, proprio come per la medicina, in tale tra-
scuranza è spesso da ricercare il perchè de la vanità di tanti tentativi?

Il Fromentin trattava poi de l'origine del romanticismo: « Vous connaissez l'histoire
de ce quatre-vingts-neuf artistique, qui eut aussi ses ardeurs, ses luttes, ses tempètes,
quelques petitesses, de grandes gloires; qui le jour de son triomphe, se baptisa d'un nom
mal choisi, et se fit tort, en s'appellant romantisme; qui prit des devises bizarres, affecta
très innocentement des tendences farouches, discuta prodigeusement, créa presque autant,
se couvrit de ridicule et d'éclat, commit quelques excès, produisit des ceuvres admirables,
mais au fond ne promulga rien ».' Accenna poi a l'apparir del Géricault; a lo stupore
che le sue opere portaron fra gli amici de la tradizione; a la gioia degli amici de le novità.
Accenna a un tentativo di compromesso, fra gli uni e gli altri, e a la rottura d'ogni com-
promesso, dopo che il Géricault scomparve.

Il Fromentin rivela subito la sua simpatia per i giovani, che si chiamaron roman-
tici: « individualités sans contredit supérieures », forti di « une témérité, propre à tout
tenter », di « une audace de sang et d'intélligence de nature à faire beaucoup à deviner »;2
egli pensa specialmente a uno, al Delacroix, che gli par giustamente la personificazione
di quel momento « rivoluzionario ». Ricorda come il Delacroix gli parlasse un giorno
del suo imbarazzo nel dipingere il Massacro di Scio, che doveva dar de l'artista idea più
precisa di quanto non potesse aver dato la Barca di Dante, nata sotto l'ispirazione di
Géricault. « Le problème était de la colorer. Comment? Par quels procédés? Dans quelle
gamme? ».3 E il futuro autore dei Maitres vede già, acutamente, come l'imaginazione
brillante, l'amor degli splendori, nel Delacroix, portasse di per sè al Rubens. Ancora
una volta, tuttavia, la lucè venne dal Géricault: e, reduce da l'Inghilterra, egli parlò al
suo allievo d'una pittura, che vi aveva visto, chiara, vivace, « colorée par le coloris mème »,

1 Gonse, op. cit., pag. 121.

2 Gonse, op. cit., pag. 124.

3 Gonse, op. cit., pag. 124.
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