L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 26.1923

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SERGIO ORTOLANI

Realismo o Naturalismo, la più povera, se lo è pure, delle concezioni estetiche e che rac-
corderebbe, in un'unica colpa generale, veneti e caravaggeschi, olandesi e fiamminghi.
Vero è che i nomi dell'Aretino e del Dolce si sono spesso ripetuti. Troppo spesso! Che
delle molte pagine scritte sull'argomento, non un giudizio rimane, esclusion fatta per
quelle di Mary Pittaluga,1 che a proposito del Dialogo del Dolce coglie bene spesso nel
segno, pur non tenendo conto dell'origine di quelle idee e del « momento critico » tutto
singolare ch'esse rappresentano a Venezia.2 Vogliamo dunque noi rifarci da capo e pre-
cisamente al tempo in cui Pietro Aretino, reduce da Roma e da Mantova, approda al
«simulacro del Paradiso». (Lettere, II DCXII).3

Ognun conosce come la coltura umanistica toscana e padovana, assorbita pittori-
camente attraverso Jacopo Bellini e il Mantegna, non segnasse gran solco nello spirito
veneziano.

Esso partecipò realmente alla larga evoluzione spirituale del quattrocento, liberando
via via le coscienze da ogni tradizione religiosa che non fosse intimità cristiana e fasto
d'iconografia decorativa. Anzi Venezia andò così innanzi in questo, che, nel cuore della
Controriforma, quando necessità di Governo spirituale spingevano i papi a disciplinare
moralisticamente i popoli per riaccenderli d'un ideale combattivo, essa fu il solo Stato
di proposito restio ad imbigottirsi e vestir buffa da fraternità: ce ne dicon qualcosa Fra
Paolo Sarpi e le liti per la giurisdizione del clero!

Anche più oltre, durante la stremante lotta col Turco, quando Roma se ne valea come
dell'ultima favilla per riscaldare il duro cuor dei principi pronti a brogliare impudica-
mente con l'Infedele, Venezia ingoiò i frequenti donativi papali, solo intenta alla difesa
della sua ricchezza e scrutando con l'occhio linceo dei suoi ambasciatori le debolezze dei
cuori apostolici, onde ritrarne il più gran frutto possibile.

D'altro canto il compromesso ormai rassodato tra la forma repubblicana plebea e
la signoria oligarchica, che si sorvegliavano ed equilibravano a vicenda, spegnendo nel-
l'abitudine degli ordinamenti tradizionali ogni senso di guerra civile o di astio fra le classi
cittadine, aveva permesso quello strenuo spontaneo sfruttamento delle forze del piccolo
popolo, che gli aveva acquistato tanta potenza e ricchezza.

Libertà civile e religiosa, floridezza economica, sicurezza politica, se pur già nel
Cinquecento le guerre territoriali e l'esodo del gran commercio verso le Indie e le Americhe

1 M. Pittaluga, E. Fromentin e le origini delia
moderna critica d'arte. {L'Arte, 1917-18; V. 1917,
pp. 240).

2 Cito la serie di coloro che di P. Aretino e delle
sue relazioni con gli artisti del tempo si occupa-
rono. G. M. Mazzucchelli, La vita di P. A., Pa-
dova, 1741 (tesoreggia aneddoti del Ridolfi, Le
vite, Venezia, Sgava, 1641, ecc.); Ph. Chasles,
Elud. sur W. Shakespeare, M. Stuart et l'Arétin,
Paris, 1851; J. Dumhsnil, Histoire des plus celèbres
amateurs italiens, etc, Paris, 1853 (scorrettissimo);
De Sanctis F., Storia Lett. It. (capitolo su l'Are-
tino); Gaspary, St. Letter. Ital., v. II, p. II, Torino,
1871 (cap. su l'A.); Cavalcaselle e Crowe, Ti-
ziano, la sua vita e i suoi tempi, Firenze, 1877; G.
Sinigaglia, Saggio di uno studio su P. A., Roma,
1882; A. Gkaf, Un processo a P. A. (Attraverso
il Cinquecento), Torino, 1888; A. Luzio, L'A. nei

suoi primi anni a Venezia, ecc. (ottimo), Torino,
1888; Taormina N., Saggi e note di lett. e d'arte, Gir-
genti, 1890; E. Muntz, Histoire de l'Art pendant
la Renaissance, I, III, p. 40-102-134-174-6; Paris,
1895; Id., Revue Bleue, S. IV, t. V, 5 febbraioi896
(buono); P. Gauthiez, L'Italie du XVI siècle:
L'Arétin, Paris, 1895 (scorretto e superficiale);
C. Bertani, P. A.: Vita e opere, Sondrio, 1901
(la parte che riguarda le relazioni con l'arte è de-
bolissima); G. Lafenestre, La vie et l'oeuvre de
Titien, nov. edit., Paris, 1909 (superfic).

3 Nelle citazioni dalle Lettere di P. Aretino mi
valgo dell'edizione di Parigi in 6 voli. (1609). Le
prime edizioni di Venezia vanno dal 1538 al 1556
e comprendono l'epistolario dal 1527 al 1555, cioè
dall'arrivo a Venezia alla morte. Citando, il primo
numero dà il volume, il secondo il numero della
Lettera.
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