L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 26.1923

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GIULIO CORDERÒ

In fatto di critica d'arte il Rinascimento vaneggiò spesso, fidato a tradizioni e leg-
gende. Raffaello parlava di architettura dei Goti in una lettera a Leone X; e in molti
passi il Vasari accennava a quella maledizione di fabbriche. Appresso, il Palladio faceva
parola degli abusi introdotti da' barbari; e ben phì tardi al Baldinucci non era chiaro
essere stato il gusto degl'Italiani causa de lo scadimento artistico. Lo spirito scientifico,
già diffondendosi nel sec. XVII, e con la critica storica, le discipline morali, mettendo
in voga questioni d'arte, durò fatica a sgrovigliare i giudizi. Ancora il 700, imbevuto
d'enciclopedismo, produsse opere piuttosto di larga che di profonda dottrina; difettò
in ogni modo di critica estetica, quantunque un nuovo carattere andasse rivestendo
quella che avanti non era se non erudizione antiquaria.

Il Muratori e Scipione Maffei presero decisamente a impugnare la invecchiata tesi
dei barbari innovatori. La verità proclamata era questa: i Goti non avevano avuto archi-
tettura nò buona nè cattiva; e, smarritasi la grazia de l'arte, certa solidità e proporzione
de la maniera romana s'era tuttavia conservata. Però il Bettinelli attribuiva ancora ai
Longobardi pur grandi edifici sacri e profani, e il facile Algarotti ne scriveva con penna
varia, ma leggiera.

Pertanto, la critica del '700 va guardata complessivamente negli scritti del Milizia
che diceva gl'Italiani avere da per loro stessi, amanti de la varietà per capriccio, corrotto,
tutte le belle arti, e ne l'opera del Tiraboschi. Il quale pretese dedurre l'uso de l'arco
acuto al tempo dei Goti da la formula ad praefectum urbis de architecto faciendo; ma in
nota si ridusse a l'opinione, che i così detti abusi gotici fossero più antichi di quella do-
minazione. Come assicurava il D'Agincourt.

L'opera di questi ebbe largo consenso d'ammirazioni e fece scuola. Ma egli non
penetra di solito lo spirito degli stadii di passaggio. Accusa corruzione dove è solo muta-
mento. Più che corruzione: deformità, che dovrebbe condannare a l'oblio il piccolo nu-
mero dei monumenti rimasti de' bassi tempi. È fuorviato da un cattivo criterio, se-
condo il quale, per la storia cronologica de le arti dovrebbero scegliersi opere, che aves-
sero ad apparire isolate nel loro tempo. Non l'esame de la serie la più continua possibile
di fatti, ma induzioni molto pericolose conducono pertanto ad affermare un'architet-
tura strana e mostruosa, cominciata nel VI, e resasi universale nel VII e nell'VIII secolo.

Basterebbe uno sguardo a monografie, a Guide, che, diffondendo il parere dei dotti,
creavano l'opinione degl'intelligenti, per comprendere l'impossibilità di formarsi, a pro-
posito del modo di costruire sotto i Longobardi, un'idea adeguata.

Accolta la teoria del D'Agincourt, vi si arzigogolava, abbandonando ne le frasi
i nomi di stil gotico-longobardico, tedesco, ecc.; con quanta poca chiarezza per il let-
tore è facile immaginarlo.

Sì grande era l'ignoranza dei tempi e degli stili, che mentre a taluno i Longobardi
apparivano soltanto committenti di cattivo gusto per gli artefici italiani, da qualcuno
altro erano presentati come diffonditori de l'arco acuto, de l'amore a più svelte pro-
porzioni.

* * *

Come s'erano diffusi e radicati gli errori? Basterà rammentare, che i sec. v e vi
avevano visto fiorire nel massimo centro di Ravenna un'arte nuova. A volta a volta
romanamente dignitosa o ricca di foggie singolari, era apparsa esemplare per univer-
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