L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 26.1923

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LE ORIGINI DELLA CRITICA D'ARTE A VENEZIA

proprio gli è il secondo, come nel passo riportato innanzi, e più spontaneo. Esso gli dà
un senso oscuro della individualità dell'artista, che deve « uscir fuora con una armonia
formata da le voci degli organi propri » (I, CLVII), e rubare « i bei tratti e gli acuti
spiriti » dal suo « ingegno, che certo è pazzo chi crede farsi nome con le fatiche d'altri »
(I, CLXXIII). Su ciò egli batte e ribatte con fervore: ha il senso della sua persona-
lità e della originalità dei grandi. Diverso in questo dal Vasari, non vede quindi pro-
gresso nelle arti, e ciò è gran merito, nò giudica gli artisti secondo una scala concet-
tuale di valori. La sua sensibilità, libera d'inciampi teorici, ha quindi aperto il campo
alla intuizione delle qualità artistiche. Egli conosce così che il pregio di Michelangelo
sta nella « difhcultà de le linee estreme (somma scienza ne la sottilità della pittura)...
cosa che l'arte propria confessa esser impossibile di condurre a perfezione, perciochè
l'estremo.... del circundar sè medesimo, poi fornire in maniera che, nel mostrar ciò che
non mostra, possa prometter de le cose, che promettono le figure de la Cappella a
chi meglio sa giudicarle che mirarle » (I, CXCII). Maravigliosa intuizione del valore
lineare e plastico (in senso chiaroscurale toscano) dell'arte del Buonarroti, e tanto co-
sciente ch'egli vi ritorna altra volta: « quel tondeggiar delle linee di che tanto si può
vantar Michelangelo» (III, p. 176), a maravigliosa lotondità di linee» (II, DCCCI ;
II, CDLIII, ecc.). Conosce con altrettanta penetrazione «la brevità del fare» propria
al Tintoretto, e la sua « intelligentia del dove si distendono i colori chiari et gli oscuri...
per la quale... le figure ignude e vestite mostrano se medesime ne i lor propri rilievi »
(III, p. no); anzi il Miracolo di San Marco gli dà ragione di ripetere tal giudizio: «non
è huomo... che non si stupisca nel rilievo della figura, che tutta ignuda è giuso in terra »,
ammirandone « il lineamento ritondo » e « le cere, l'arie et le viste delle turbe che la cir-
condano » e concludendo: « beato il nome vostro, se reduceste la prestezza del fatto in
la patientia del fare! » (IV, CCCXX). Nò gli sfugge la «bontà» di Lorenzo Lotto e la
sua intima religiosità (IV, CCCCXCII); nè la « prestezza saputa... la inventione... nel
mettere insieme le figure... e la fretta del fare » di Andrea Schiavone, pur lodandone
« la pratica... nel tirare giuso le bozze dell'historie si bene intese et si ben composte »
(IV, DXV); nè «il bell'ordine delle figurine disposte in la lor poesia, con gratiosa va-
ghezza», del Bonifacio (IV, DCXX); nè la futura fama del Savoldo, vecchio e semisco-
nosciuto (V, CXXX); o la «vaghezza, aria et novitade » del Bordone (V, CXXXI);
o la « diligentia estrema » del Sermoneta (V, CCLVIII). Così distingue, se pur somma-
riamente, la «venustà», la «illustre gratia», la « grata.bellezza dell'inventione », «l'indole
angelica » « delle celesti figure » di Raffaello. È bene dire qui, una volta per tutte, che
egli, fuori di queste felicità critiche, non si impaccia di giudicare, ma di esaltare e di de-
scrivere. Il suo gran merito è di esprimere « per litteras » l'ideale pittorico veneziano. In-
fatti, quando parla di un quadro che non sia tizianesco, si perde nelle meticolose distin-
zioni care al Vasari: panneggio, arie, espressione di passioni, disegno, colorito..., sten-
dendo lunghe descrizioni naturalistiche e facendovi sfoggio del solito «psicologismo».
E come nella generale intuizione della pittura tizianesca, così solo in una alta e generale
idea estetica egli dimostra la novità del suo sentire.

Inoltre, è da notare ch'egli non va fuor di senno per le anticaglie. Egli co-
nosce bensì il valore formativo dell'arte classica: dei « miracoli degli ingegni anichi »:
« Io per me, simiglio gli scultori e i dipintori che mai non gli viddero, a la confu-
sione di coloro che ragionano insieme per mezzo de li interpreti » (II, CDLIII); ma
conclude: « Nego che ogni laude di mano, et d'ingegno si debba dare a gli antichi; se
bene d'ingegno et di mano hanno avanzato ciascuna età et ciascun secolo; imperò che
si veggono inventioni ai di noi tempi, che se fussero comprese da quegli, confessareb-
bero ciò ch'io dico, et più anco» (V, LIV; V, CLXXVII); anzi è così libero di prefe-
renze neo-classiche che, pur ammirando il Laocoonte (I, LXXV; I, CCCII) e il Gani-
mede (V, CCXXXVI), ch'egli pensa di Fidia, quando ode de] ritrovamento "della Chi-

VArle. XXVI, 2.
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