L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 26.1923

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LE ORIGINI DELLA CRITICA D'ARTE A VENEZIA

ii

molte volte e Raffaello e Fra Bastiano e Tiziano si sono attenuti al giudizio mio, perchè
io conosco parte degli autori antichi e moderni, e so che i miniatori tengono del disegno
de' maestri da le finestre di vetro, e il far loro non è altro che una vaghezza di oltrama-
rini, di verdi azzurri, di lacche di grana e d'ori macinati, studiandosi in una fragola, in
una chiocciola e simili novelluzze » (I, CXXXIII). E con sensuale godimento egli an-
nota nelle sue descrizioni una serie di rilievi cromatici, fin tattili, a furia d'essere evi-
denti (I, CLXVI). Venezia, il Canal Grande, ove egli mira dalle sue finestre il movi-
mento delle gondole e della Pescheria e di Rialto (I, CCXIV) e di quelle « barche con
le vele, piene di melloni » e di quelle « spose relucenti di seta, d'oro e di gioii', super-
bamente poste nei trasti » e di quelli « aranci, che indorano i piedi al palazzo dei Ca-
merlenghi... » — E dove si rimangono i lumi che dopo la sera paiono stelle sparse, (ivi). —
Venezia, è una cornucopia inesauribile di « delizie visive » (I, CCXIV) e compia-
ciuto egli racconta: « mi fece ridere un fiorentino, il quale, vedendo in gondola ricca-
mente apparata una bellissima sposa, stupefatto dai cremisi e da le gioie e dagli ori, che
la facevan rilucere, esclamò: « noi siamo un monte di cenci! » (I, CCL). Come è còlta
la maraviglia che dovea aver preso anche lui all'arrivo in questo mondo del colore! E
come egli ama fin la tinta pura e preziosa: « quella lacca si ardente et splendida nel
proprio colore della grana, che al paragone fa diventare men bello il crèmesi del velluto
et del raso » (IV, DLXXXV); quell'« aureo colore, e di porpora ornato » ch'egli sa dono
opulento di Tiziano! (VI, p. 204, sonetto). Infine egli simiglia « Uno artefice riguardante
bella somma di gioie, sottilissimamente intagliate, il quale ci stracca gli occhi dentro,
ancor che sia non pur di molta ma di estrema acutezza in la vista » (V, DXXXXI),
tanto s'incanta e si perde nella contemplazione del colore. E sa i modi di stenderlo sulle
tele: « l'avvertenza che usa Tiziano, mentre con la mano, et con l'occhio nota et mesura
la qualità di quei pennelli et di quei colori, che gli pone inanzi il disegno, quando pensa
di riuscire neh' opra istupendo » (V, CCLXXXI). Conosce del compare la « prestezza
de la solita maniera », ma anche a qual punto di « patientia e di vaghezza » egli sa
portare un quadro, come una « miniatura » (III, p. 161), e ne ammira l'opera ad olio
« dolce, isfumata » \l, CXXXIII), quanto « la naturale unione de i colori distesi nei
i lumi e nelle ombre con mirabile giudizio di gratiosa maniera » propria al Moretto
(IH, P- 59).

Questa « naturale unione », questo « sfumare » dei toni gli uni negli altri — la grazia
armoniosa del colorir giorgionesco — gli è così cara che gli fa disprezzare i pittori
che non ne son ricchi, come il Giambellino (V, DXII). Pure, nel modo stesso ch'egli
presente il rilievo chiaroscurale del Tintoretto, sa che Tiziano ha già un carattere più
rilevato e tornito dei primi giorgioneschi, e che « se ben le figure che si dipingono ap-
paiono solamente ne la superficie, il pennello de l'uom amirabile va con sì nuovo modo a
trovare le parti che non si veggono ne la imagine che egli colorisce, che ella... si di-
mostra, in tutte le membra tonda come il vivo (II, DXLV). Ove, pur confusa con
una lode di rilievo e di verità generica, pare adombrata l'intuizione del valor suggeri-
tore di forma delle ombre tizianesche. Sempre, insomma, ch'egli descriva un quadro
del Compàre, la notazione del colore sovrabbonda e predomina. Così pel S. Giovanni
(I, XXVIII): « freschezza delle carni colorite... il cremisi de la veste e il cerviero della fo-
dera »; così per la Nunziata (I, CCXXV): «nuvole candide... l'arco celeste che attra-
versa l'aria del paese scoperto da l'albore de l'aurora... le sue guance tremano ne la te-
nerezza composta dal latte e dal sangue, che al naturale contrafà l'unione del vostro
colorire... veste sottile di drappo giallo... giglio di candore inusitato »; così pel San Pietro
Martire (I, CCXV): «la fronte e le carni del caduto in terra... il freddo e il livido che
gli appare ne la punta del naso e ne l'estremità del corpo... e che mirabile gruppo di
bambini è ne l'aria, che si dispicca dagli arbori che la spargono dei tronchi e de le foglie
loro! Che paese raccolto ne la semplicità del suo naturale! che sassi erbosi bagna l'acqua
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