L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 26.1923

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GIULIO CORDERÒ

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Quando son da proporre esemplari de l'architettura sotto il dominio longobardo,
il Corderò nomina il S. Frediano e il S. Michele di Lucca, il S. Salvatore di Brescia, e
il così detto palazzo de le torri in Torino.

Messe le due prime fabbriche a confronto con altre lombarde posteriori al mille, non
può spiegarsi se non con un divario d'epoche la singolarità degli edifici toscani, dovuta a
un particolare sentimento di sovranità.' Ma se non intese bene quell'arte così aderente
a lo spirito classico, così fedele a la sua intima essenza, quando non pure a le forme,
così sottile e corretta ne l'interpretazione di quelle seconde formule nuove, altri —: Sacchi,
per esempio — vi capì addirittura niente. Vide egli, almeno, nel S. Frediano, giudicato
dagli emuli mostruoso raffazzonamento, la mancanza de la beltà regolare, unitaria, ar-
monica supplire, col mezzo delle sole colonne, una forma nobile, svelta, grandiosa e ciò
che maggior cosa è, una stupenda solidità.2

Il pregio e il difetto de lo studio corderiano sono sempre: la giustezza, in massima,
del ragionamento, l'incertezza e l'errore, sovente, de le attribuzioni.

Così il S. Frediano e il S. Michele lucchesi non è più chi dubiti non siano del xn se-
colo; ma degli esempi male scelti il primo non infirma la giusta convinzione d'una ro-
mana architettura dei secoli di mezzo incontaminata, se anche estenuantesi; il secondo
non toglie nulla a la fine, singolare penetrazione d'un certo risveglio artistico nel sec. vili.

Aggiunte a le due citate chiese altre de le diocesi pisana e lucchese, la scarsezza di
monumenti longobardici ne le altre regioni è compensata ad usura da tante fabbriche to-
scane: fioritura del sec. XI trasportata di peso quattrocento anni indietro.

Una breve critica del Cattaneo distrugge facilmente la costruzione ipotetica riguardo
al Palazzo de le torri. Tanto più che il Corderò stesso dice esser l'edificio molto migliore
di quel che si potrebbe aspettare dai secoli longobardi.

Il S. Salvatore di Brescia, l'unica prova che abbia importanza dimostrativa, lascia
fermare due punti: i° l'impreparazione critica de lo scrittore, che attribuiva in blocco tutti
i capitelli, sia de la chiesa che de la cripta, al secolo vili; 2° che le belle congetture
del dotto piemontese — come le chiama il Cattaneo — non rovinerebbero senza l'ap-
poggio pur d'un solo esempio, ma pongono da se stesse il proprio valore.

* * *

Più de le particolari vedute pratiche, da le quali i ragionamenti, anche giusti ven-
gono sovente messi a repentaglio; più de le stesse teorie, che si rivelano spesso troppo
elastiche e confusionarie, o troppo esclusivistiche e poco riducibili a la comprensione ge-
nerica di molti fatti, importa conoscere la base di ragionamento su cui il critico ha impo-
stato tutta la successiva costruzione logica.

Il Corderò parte dal principio, che nulla in arte è inopinato, ma tutto dee procedere
per gradi. Ogni espressione contiene il dissolvimento de le forme precedenti e il germe de
le successive.

Singolare originalità è poi ne le ricerche su le costruzioni dei due primi secoli dopo il
mille. Ne furon conosciuti i caratteri ed abbastanza lo spirito.

Lunghe e pazienti indagini approdarono a conclusioni ragionevoli.

* * *

Non è a credere tuttavia, che i resultati del concorso appianassero le divergenze
d'opinioni. Gli errori furono ancora divulgati non solo da Guide e da altri libri del genere,
ma altresì da opere erudite.

1 Supino, Gli albori dell'arte fiorentina. Firenze,
Alinari, 1906.

Corderò, op. cit., cap. Ili, pag. 240.
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