L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 26.1923

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COLTURA ED ARTE

L

Riconosco nel mio spirito una realtà unica, che esiste in quanto la esprimo. Ma,
esprimendola, l'atteggio secondo tre modi generali dello spirito stesso, Pratica, Arte,
Filosofia, e volta a volta ch'io l'abbia in uno di questi espressa, posso ripensarla come
Filosofia, Pratica o Arte. Considerando tuttavia tale espressione secondo uno qualunque
dei predetti atteggiamenti, osservo che, in ogni caso, più o meno essa è realizzata intera,
cioè a quelli si subordina totalmente. Vi distinguo allora « coltura », o conoscenza gene-
rica e mediata, e « conoscenza » mia genuina e singolare. La prima è definita variamente
come: educazione, influsso, eco, ricordo di « conoscenze » altrui non tutte assorbite e
rifatte vive da quel calore sentimentale e secondo quel carattere o ritmo più o meno
preciso che distinguono invece fra le altre la mia « conoscenza ». La prima è ancora in
certo modo una « passività » del mio spirito: il « dormitat » di Omero; la seconda è
piena e originale « attività ». Ciò posto e generalizzato a tutti gli spiriti, intendo che
essi differiscano, dal piano medio della comune coltura, per « quantità », di passione e
di realtà originale e per « qualità » ovvero predominio, su quella, di uno dei tre aspetti
dello spirito predeterminati e, dentro tale limite, della loro singolare « conoscenza ».

Interessa il critico, cioè lo storico-filosofo, ripensare l'arte di un periodo, di un
ambiente storico, di un individuo? Cercherà egli di risolvere in elementi logici quanta
parte di quelle realtà si è artisticamente espressa. La sua storia sarà soltanto dunque
traduzione in « concetti », secondo una scelta e un motivo tutti propri e circostanziati, di
ciò che nelle opere d'un periodo, d'un paese, d'un uomo, egli avrà sentito come arte.
Questa doppia subordinazione ci dice ch'egli farà storia della propria conoscenza, quando,
per sua mediocrità, non faccia storia della propria cultura. Ma il suo « gusto » e i suoi
« criteri » mai troppo si differenziano da quelli di cui partecipano gli spiriti contemporanei.
Secondo l'intimità di questa aderenza, l'opera sua sarà rappresentativa d'una coltura più
universale, fino a divenire « tipica » d'una realtà storica dello spirito. Lo stesso per l'arte.

Ancóra. Più la sua « conoscenza » sarà indipendente dalle coève, più correrà tempo
perchè gli uomini se l'acquistino come generale coltura. E questo è proprio dei Novatori.

Così ogni espressione umana porta con sè quel provvisorio amalgama di bello e
brutto, di buono e cattivo, di utile e inutile, di logico e illogico, di attuato e d'inten-
zionale, di espresso e d'inespresso: l'uno è vivo e dura, l'altro non ha raggiunto necessità
e concretezza. Ma nell'opera d'arte, che ferma nei secoli quell'accordo d'un « momento»
dello spirito, quanto è negativo permane come sfondo su cui ciò ch'è positivo prende ac-
cento e rilievo: ha quindi una necessaria funzione caratterizzatrice. Non è di fatto
possibile, ove esista un valore artistico, reciderlo e isolarlo dall'enartistico, ma solo pen-
sarne l'essenziale distinzione, entro lo stesso rapporto che li lega, e porne in luce la re-
ciproca qualità: conoscenza e coltura. Quest'ultima non è cosa morta! Lo spirito prima
di conoscere, si dimostra vivo nello sceglierla e atteggiarla secondo i suoi motivi sin-
golari. Se ne fa una provvisoria voce, finché gli riesca la propria. Dunque preliminar-
mente la foggia e vi lascia il suo segno.

Per questo (mentre tali echi, influssi, residui, intenzioni, punti morti dello spirito,
variano da una tela all'altra — poniamo — d'un pittore), a chi consideri quelle
tele in un gruppo solo, l'artista apparirà tanto più originale quanto più essi vi ricor-
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