L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 26.1923

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Francesco di Giorgio Martini scultore

Nel periodo in cui Francesco di Giorgio Martini era socio di Neroccio Landi, questi
ebbe commissione d'intagliare una statua in legno per l'oratorio della chiesa della Santa
in Urbino. E il capolavoro (fig. i) uscito dalla bottega del maestro ancora forma l'in-
canto della casa ove abitò l'eroina senese. Ma la lìgura lieve, seguita nell'onda del passo
dal fruscio delle vesti cadenti con molle grazia di ripiegate ali, non trova facile riscontro
nelle forme preziose, attillate, negli involucri serici e lisci del latteo, levigato pittore;
il drappo, che s'increspa in vene sottili sulla fronte della Santa, e fluisce con lene dol-
cezza d'acque sulla spalla destra e sul petto, il tremolio serpentino delle pieghe sul
braccio e sul ginocchio inflessi, l'uniforme fascio delle altre cadenti dal cinto al piede,
con regolarità di penne d'ala mosse dall'aria, il segreto profondo accordo fra il movimento
delle forme e quello dei panneggi indica in Francesco di Giorgio l'autore dell'affa-
scinante immagine. La linea delle pieghe di continuo s'interrompe, serpeggia e trema,
ripercotendo la soave cadenza del passo; oscilla e s'increspa con l'ariosità delle stoffe
di Leonardo; include, nei lenti anelli di una spira disciolta, il braccio che tiene il libro
d'ore, commentandone con delicata voce l'abbandono, per aderire in sottili e parallele
vene irrigidite al busto della Santa. In questa sensibilità meravigliosa del panneggio
è la prova che a Francesco di Giorgio, compagno e aiuto di Neroccio, si debba l'inta-
glio della statua, ben più che in altre caratteristiche, quali il mento rotondo con una
fossetta, comune alle figure della Natività, i lineamenti morbidi, la bocca dalle labbra
arricciate, le nitide sopracciglia, la bionda dolcezza di carni, che similmente rileva dalla
chiarità fredda del cielo, entro il brulichìo di lumi delle chiome ricciute, la testa del-
l'eroe dipinto dal maestro per il magnifico Petrucci di Siena, ora nel museo del Bar-
gello a Firenze. Affine è il tipo dell'eroe a quello della Santa, ma tale affinità mette in
risalto la delicatezza dell'interprete, che all'elegante giovane cavaliere dà sguardo aperto e
vagamente pensoso, mentre all'occhio della Santa, socchiuso, velato da oblunghe pal-
pebre, perduto in lontananze infinite, comunica una profonda luce di malinconia e di
pietà: l'anima stessa ardente e mistica dell'eroina senese, davanti ai morenti di peste,
ai morenti sul patibolo, il fascino poetico della consolatrice. Altra prova dell'apparte-
nenza a Francesco di questa statua commessa e pagata a Neroccio è il piedistallo inghir-
landato di serafini, posti ad altezza alterna, in modo che le ali tese prendano slancio di
freschi zampilli: quelle ali trasportano sul disco breve della base la Santa come imma-
gine sacra ondeggiante al passo dei portatori, sopra la folla che attrae la divina luce del
suo sguardo velato di pietà. Le vesti lente lambiscono con dolcezza di piume il corpo
della vergine, senza aderire; il passo sfiora la terra; le tinte assumono tonalità di suprema
gentilezza: il manto nero si stacca senza clamori dalle vesti di un bianco ingiallito,
dal pallor biondo delle carni, gamma d'avori e di rose thea, dolcezza di tinte sbiadite
dall'ombra tranquilla dei chiostri. L'ardito spirito dell'architetto senese, del vivace e
gioioso decoratore, dell'aspro scultore che ha ideato gli angeli presso il tabernacolo di
Lorenzo Vecchietta, crudi pur nell'eleganza delle forme acerbe e flessibili, trova, per
esaltare l'eroina della sua terra, accenti d'infinita delicatezza: fievoli tinte, molli tes-
suti, lume appannato di sguardi; crea, in questa figura di vergine, in questa mistica
rosa, che nelle tinte raccoglie, appassita, velata di tristezza, semispenta come lo sguardo,
la gamma bionda delle radiose figure di Simone Martini, e, nello sguardo, l'incanto
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