L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 26.1923

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SERGIO ORTOLANI

tino di Lucca e a Fonte Gaia! Ma è vero anche che la araldica flessuosità di Pisanello,
le affusate grazie senesi di Gentile da Fabriano, tutto un ondeggiare e una policromia
fioriti, entran nella favella del Beato e di Masolino.

Già quest'ultimo, porgendo la mano del tardo giottismo ingoticito e senesizzato a
Masaccio nel Carmine di Firenze, apre il secolo con gli accordi schiariti e gai della Fondazione
di Santa Maria Maggiore. Elementari piani, gentilezza figurativa a schemi agevoli e re-
cisi, dolcezza di sfumati opalini nei volti. L'ossatura chiaroscurale di Giotto da San Cle-
mente di Roma a Castiglion d'Olona s'attenua, il peso si perde, una levità elegante
accannella per fusi le sante leggermente arritondate, l'architettura s'accandela e acco-
gliendo le fogge lombarde s'aera per fughe sottili di cornici. Già la passione cristiana s'ad-
dolcisce nei tenui moti di Santa Caterina, nella Pietà d'Empoli, nella Annunciazione e
nel Battesimo di Castiglione, e un senso vi cresce della realtà tipica degli uomini: vedi la
grassottella Madonna di Brema, vedi i due gentiluomini imberrettati che passano, al
Carmine, sullo sfondo della piazza Fiorentina. Tutto ciò ch'è forma è soffuso dalla polvere
dell'ombra colorata, e la linea vi cresce indecisa e già caratterizzatrice del moto.

Non diverso l'Angelico, riprendendo gli schietti rosa e verdini di Lorenzo Monaco e
tutte le fioriture della « imagerie » fabrianese, allumina i suoi gentili antifonari. Le forme
si svuotan di peso, s'affusan quasi traslucide per un interno nuore opalino. Dossali, pa-
vimenti, vesti, aureole, ali, fondi d'oro: tutto si trama di tinte vivaci, come nelle cro-
matiche planimetrie cosmatesche. I pratelli fioriti hanno egual valore musivo. Le archi-
tetture, esilissima rete, a pena contengono il ritmo dei spazi, il soffio dei gesti senza corpo.
Così negli angioli del Tabernacolo dei Linaioli le figure si sfilan nelle dita e nella fiammella
sbocciata dalla fronte, e anche dove, in San Marco e a Roma, s'acquista volume e moda-
nature dello « stil nuovo », una levità essenziale rimane. Ovvero la ricerca di forme colo-
rate crea vegetazioni di pastiglia: presepi di coccio e di zucchero filato contro gli specchi
molati del fondo (Deposizione, Firenze).

Fra Filippo accoglie le variegate limpidezze musive, ma le spegne in un tono più
riposato e carneo. La linea si fissa nervosa, spesso arguta fìsionomizzatrice, spesso
cadenza ritmica del moto. Cresce peso e corpo; ma tutto, architettura e forme, nel di-
sporsi decorativo, pur modellate da un chiaroscuro più sensuale e ricco, tendono all'on-
dosità lineare, all'arricciamento prezioso, all'arabesco e alla stilizzazione.

Vedi gli angioli della Incoronazione della Vergine, le loro chiome aneliate, i gigli
come cerei salienti, i veli ripiegati e smerlati. Vedi la Danza d'Erodiade a Prato. Pur qui
Masaccio ha addestrato l'occhio del frate. La massa s'accentra solenne nelle Esequie di
Santo Stefano, l'architettura si costruisce con gravezza decorativa, i volti si squadrano
energici e possenti. La monumentai pittura giottesca dura! Ma non più si riprende in sin-
tetici profili! Qui il lineamento gira, guizza, scatta, accenta, immorbidisce: resta prima
voce del pittore. Così avviene a Paolo Uccello, lo scultor massiccio dei naufraghi del
Diluvio; così al Castagno, cui la massa erompe fra le mani indoma, brutalmente accettata
a scaglie e squadri violenti con asprezze di pietra arsiccia, e pur nel Cenacolo di Santa
Apollonia si fa addentata e incisiva a chiuder gli specchi policromi dei piani, e nelle figure
dei Poeti e degli Eroi balza energetica flettendo membra, incidendo atti, guizzando linea-
menti contratti, imponendo alla forma un ritmo angolare e serrato: l'indimenticabile
scatto di Pippo Spano, là, gambe aperte, busto eretto, lo spadone bilanciato nelle mani.

Tutta nel Pollaiolo s'incide l'angolarità delle masse in moto con una artigliata
goticità di niellatore. Le Virtù si stirano in altezza, le pieghe traggon come ghiere di me-
tallo, le stoffe son fascio di cordami, la sensibilità indomita sprizza fin dalle nocche delle
dita, dal pollice del piede stirato, nella flammea capellatura che beve la Maddalena al
cielo, nella balestra contratta dei saettatori del San Sebastiano.

E ancor nel Verrocchio, che riprende il chiaroscuro nervoso e bronzeo degli orafi-pit-
tori, il profilo volta a volta scheletrizza e modula, e nel San Tomaso d'Orsanmichcle
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