L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 26.1923

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SERGIO ORTOLANI

Messa di Bolsena, ove il colore intona la prima sinfonia, gaio apporto di Sebastiano
del Piombo, anche assorbe e compone l'elemento nuovo. La Liberazione di S. Pietro,
ove la luce elettrica dell'angiolo lameggia di gelo le ombre e le corazze dei vigili dormienti,
anche contiene l'ultimissima voce e la bilancia nei classici metri. Ma contro la violenta
eticità di Michelangelo non potè più; nè contro la « grottesca », ultimo modello pagano
offerto al fasto apparatore; nè contro la florida magniloquenza dell'« arazzo ». Egli si
sa troppo sapiente, egli dimentica la sua « equità » essenziale, egli perde la sua mara-
viglia. E si fa maestro del pezzo di bravura. Simile ricchezza di doni, caduto l'incanto
dello stupore, non poteva non dargli una suprema indifferenza, ove l'arte muore. Chi in-
domito tocca fino all'estremo il fondo del secolo magnifico di forme e svuotato di si-
gnificazione sentimentale, è Michelangelo, e lo signoreggia solo.

Se alle « Stanze » parve nelle grandi pagine ariose di movimenti pacati e solenni che
tanta secolare sete di romanità desse il suo frutto primo, ed era l'estremo; se tuttavia in
esse, almeno una volta, s'era fermato il completo assorbimento della plastica e lette-
rata sensibilità cortigiana nelle modulazioni ancora schiette e fise dell'anima cristiana e
popolare, oltre ad esse non è più l'uomo, ma il gruppo decorativo, non più Dio, ma un
simbolo accademico; una cifra di cui s'è scordato il valore. Pure, in questo momento
« decorativo » che sbocca nel « manierismo », rimane una grazia che si compiace, una abi-
lità che si ammira; però via via tutto si vuota di calore. L'artista non è più colui che
gonfia del suo spirito ogni particolare dell'opera come la singoiar testura di essi, ma è
un elettore e componitore di formule che portano, già un nome. L'arte è coltura, se pur la
più squisita. È come se un attore venga alla ribalta a ripeterci con significazione impa-
rata, ore rotundo, le parole che chiudono ciò che credemmo ed amammo. Dio, Roma,

Arte, Morale,....... Ammiriamo il contegno, la voce, il costume, l'abilità flessiva dei suoni,

ma quelle parole non son più come colpi sul timpano vibrante dell'anima nostra: esse
non hanno che il brusìo lontano d'un eco. In questo mondo, ove l'erudizione e la ri-
cerca critico-storica, come quella scientifica, facean già parte a sè; ove il neo-aristote-
lismo di moda determinava all'arte motivi didascalici, già che essa era forma vuota di
eticità interiore; dove si moltiplicavano oramai i trattati, siccome l'espressione non si
creava più genuina; dove l'arte stessa cominciava a fornire materia di erudizione (vite,
guide ed altro) e di complicate simbologie, l'ultima passione etica e cristiana, giganteg-
giando maggiormente per lo sforzo e pel contrasto, si rifugiava nel Buonarroti. Egli,
esaltando la tradizione fatticcia e chiaroscurale di Giotto e di Masaccio, da buon plastico
erede del genio etrusco, figlio di Nicola Pisano e di Jacopo della Ouercia, là dove aveva
intonato il cristiano peana della creazione, selva di bronzee statue a Dio e all'uomo, ai
Sapienti e agli Elementi, scolpiva con tutto il suo superbo sdegno il Cristo Vendicatore
a fulminar col gesto i grappoli travolti dei dannati. Nel rosso bruno monocromato, ove
gelano staccati alcuni schiariti azzurri, è tutta l'arsura della sua passione e tutta l'elemen-
tare « terrestrità » del dramma. Sembra che a volte egli scagli monoliti di lava ancor rossi
di scorie, aggravati e fermi nella furia del moto o del piombare nel vuoto, contro le pa-
reti; ma a volte la forma è quasi un sacco di piombo che cala e sta. Talora la serenità
d'un motivo rompe in subiti slanci, rigidi nell'attimo come in un rotto grido; talora fra
due masse equilibrate come due pensamenti gravi è una tregua di spazio, una pausa piena
di luce: così dal dito proteso di Dio al dito inerte dell'uomo una scintilla invisibile scocca
il moto e la vita. Si curvano le fronti dei veggenti cariche d'un tormento etico di pec-
catori e d'una responsabilità teoretica di filosofi; siedon le sibille riposate e fise, gravide
di un mondo interiore. Vive sotto quelle fonti arsicciate e combuste dal fuoco della
irruenta generazione, come in concreti simboli l'idea d'un mondo morale e primevo. Non
cultura nè aulica norma di costumanze affinate, non Raffaello e Baldassarre Castiglione,
ma una legge ineluttabile del destino che fa che nel male l'uomo si torca. Non un Dio
misurato e sereno, ma il Geova della Bibbia spartisce con le mani gli elementi, li infuria
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