L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 21.1918

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BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO

che il Preti per contro ironeggiava in altre lettere, a questo
modo, richiesto dal Ruffo di giudizi sui pittori contempo-
ranei operanti in Roma.

« Ciro [è Ciro Ferri] è scolaro di Pietro da Cortona e se-
guita la sua maniera, avendo noi xin proverbio che chi va
appresso mai va avanti sempre il nome l'ha il primo inven-
tore di quella manici a, Carluccio [è il Maratta] è parimente
scolaro di Andrea Sacchi seguitando il maestro non lo ani-
verà sicuro, e chi non è originale sempre sarà copia uè mai si
vede valentuomo con maniera d'altri solo con la sua, Sal-
vator Rosa è originale alla sua maniera e ih quella è valen-
tuomo. Questo è quanto posso dire a SS. 111.ma intorno alla
sua curiosità. Giacinto Brandi è più pittore di tutti tre e
meglio ». Altrove il Preti esprime giudizio favorevole sul ca-
valier Cairo, il grande pittoie milanese.

Altre lettere interessanti la storia della critica sono quelle
da Napoli di Giacomo de Castro, che considerava la pittura
napoletana ormai decadente, e-Luca Giordano un semplice
trasformista in pittura; e quelle in dialetto siciliano di Carlo
d'Anselmo, che vi si rivela ottimo conoscitore.

L'ultima parte dello studio ricchissimo riguarda la deca-
denza e la dispersione della Galleria che già nel 1710, quanto
Antonio primogenito di Don Placido Ruffo scelse i 100
quadri della primogenitura, era ridotta a r6o pezzi; e seb-
bene in seguito Don Antonio ne recuperasse alquanti, si di-
vise nuovamente più tardi.

Il Ruffo tenta di rintracciare nelle quadrerie moderne
alcuni quadri già della famosa Galleria, ma salvo alcune fa-
cili identificazioni nel Museo di Messina e di Napoli non sempre
si può esser d'accordo con lui: l'identità del San Gerolamo
col leone di Polidoro da Caravaggio, citato negli inventari,
con quello attribuito a Colantonio nel Museo di Napoli ci
pare insostenibile. Altrettando quella della Sofonisba del
Preti ch'era nella Galleria, con la Sofonisba presso il Jerace,
che è di periodo molto più tardo, maltese, mentre la tela del
Ruffo era invece opera del periodo romano. Quasi certa in-
vece l'identità del quadro del Catone dello Stonici' ch'era nella
Galleria Ruffo con quello che si trova ora nel Museo di Ca-
tania; buon controllo per ritenere insostenibile la scissione
tentata dal Voss dello Stomer da un ipotetico Maestro detto
del Catone morente appunto dal quadro di Catania. Un altro
quadro dello Stomer citato negli antichi inventari della Gal-
leria Ruffo sarebbe stato ritrovato dal Matranga e donato al
Museo di Palermo.

Abbiamo già ricordato la perfetta corrispondenza tra la
descrizione del quadro del Jordaens citato nell'inventario
del 1649, e quello che si conserva nel Museo di Bruxelles; noi
piopendiamo per una identificazione delle due citazioni.

Moltissimi quadri di prim'ordine della mirabile quadreria
messinese sono tuttavia dispersi; ma li vogliamo credere
non distrutti, e, con l'aiuto della sorte, invitiamo a ritrovarli.

45. De Rinaldis (Aldo), Di alcune opere
inedite di Bernardo Cavallino (Rass. d'arte, ot-
tobre 1917).

L'articolo del De R., in gran parte rimasticazione poco
riescita di cose da noi trovate e dette nell'articolo su Due-

Gentileschi (L'Arte, 19x6, n. 6), ha il merito innegabile di pub-
blicare alcune belle cose non ancora edite del favoloso pit-
tore napolitano, nella collezione del marchese di Campolat-
taro e d'altri.

Peccato che ad esse si aggiunga come coronamento quella
Morte di San Giuseppe di Andrea Vaccaro che lo Stato Ita-
liano comperò per Cavallino a prezzi esorbitanti da un pri-
vato napolitano.

Nella quale opera, i giochi di luce sono meno rari e di
fiaba che nel Cavallino, il modellato più plastico e persino un
poco classicheggiante e antiquario, gli strappi del colore
meno vividi; dappertutto dunque un fare più temperato e
benestante che doveva pure garbare ad acquirenti talmente
officiali.

Per confronti veramente utili con opere del Vaccaro as-
solutamente affini preghiamo tutti che vogliano, di una salita
alla Trinità dei Pellegrini — chiudono al tócco — dove
il Vaccaro lasciò tre opere che debbono essere state dipinte
intorno gli stessi giorni della Morte di San Giuseppe.

X. - Iconografia, iconobiologia, biografia, fonti,
documenti, spigolature, cataloghi, guide, ma-
nuali.

46. Colonel Kepond, Le costume de la Carde
Suisse pontificale et la Renaissance Ilalienne. Korac,
Impiimerie Polyglotte Vaticane, 1917.

Dall'intelligente restauratore delle forme più belle che il
costume degli svizzeri abbia assunto nel corso dei suoi quattro
secoli di vita, non ci si poteva aspettare che uno studio come
questo, dove il criterio estetico è quello che regge e legittima
la ricerca di storia del costume.

Quando poi si pensi che il quattro e parte del '500 non
conobbero la divisa militare come specialità definita appare
naturale che le ricerche del Repond abbiano un valore illu-
minante per la storia di tutto il costume maschile di quei
tempi.

Assicuriamo adunque che in questo libro v'è molta più
storia dell'arte che in tanti altri che dalla storia dell'arte
sogliono denominarsi.

« Il gusto regnante alla corte dei papi s'è riflesso nella te-
nuta della guardia svizzera con la stessa fatalità nell'archi-
tettura e nella decorazione, e si è visto questo costume per-
dere l'armonia dei suoi colori per un errore simile a quello
che ha sostituito le lettere nere alle lettere turchine nelle
iscrizioni del fregio di San Pietro ». Cosi osserva acutamente
il K. nell'esordio, prima di ricostruire le vicende del costume
degli « svizzeri » dalla loro istituzione sotto Giulio II nel
1506 fino ad oggi, fondandosi essenzialmente e con grande
peispicacia sulle fonti figurate.

La prima di esse è una miniatura del poema del Nagonio
rappresentante il trionfo di Giulio secondo; ivi è rappresen-
tato il capitano degli svizzeri in saio e in calzoni attillati
a righe bleu e bianche.

Ed ecco l'A. ne prende occasione per tracciare la linea
della storia del saio, l'abito decorativissimo che sarà spode-
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