L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 21.1918

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RAFFAELLO E MICHELANGELO NEL MDXII1

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Mentre l'arte di Raffaello va aliando in ragioni ideali, a lato della vita, tra le aure clas-
siche e letterarie, quella solitaria formidabile di Michelangelo contiene a viva forza il
pianto sulla rovina d'Italia. T suoi profeti dilatano le pupille per terrore davanti al
mondo eclissato dall'ombra dei fantasmi apocalittici che l'ira di Dio suscita dalla terra.

L'idolatria dello spazio, quale vedemmo in Raffaello, scompare dall'arte di Michelan-
gelo, per dar luogo al culto dell'uomo, del nudo corpo umano, di gigante, con muscoli
turgidi, con lineamenti squadrati e come irrigiditi per sforzo di volontà.

A queste creature balzate da un'umanità eroica e tormentata si accorda l'archi-
tettura, ciclopica, ugualmente portata a effetti dinamici; essa si avviva dello spirito di
lotta impotente e disperata che agita l'umanità scolpita da Michelangelo, spinge a con-
trasto le masse aggettate e scavate, come onde in tempesta. Cosi l'unità di massa delie-
pilastrate, che, sulla volta della cappella Sistina; formano stipite alle cattedre dei pro-
feti, s'interrompe e si spegne con impeto violento per l'improvviso piantarsi degli er-
culei putti cariatidi, i quali distaccano, a viva forza, dal piano su cui poggiano, il
capitello a gradi elastici; i pilastri divisori e i basamenti delle cattedre marmoree spor-
gono con enfasi, mentre le pareti per contraccolpo indietreggiano: flusso e riflusso che
si ripete fra le cornici dei quadri, e i piedistalli dei nudi, e le grandi fasce del soffitto.
La lotta delle masse muràrie accompagna la lotta delle figure nello spazio limitato da
cornici frante con violenza: sui massicci piedistalli marmorei i nudi atleti fanno delle
lor membra complicati incroci; arretrano p avanzano l'un verso l'altro; si toccan ge-
mendo gravati da cornucopi giganti; si rannicchian paurosi, come schiacciati dal pondo
delle masse, o balzan nel vuoto invasi da furore selvaggio, urlano al vento che li so-
spinge e li trasporta.

Dai loro seggi i profeti protendon le teste impetuose; indietreggian di'colpo, come
Giona respinto alla riva dai cavalloni del mare; o si curvano oppressi, come Geremia,
in pianto sulle sorti dell'umanità, pianto di forte che serra le labbra con la rugosa mano
per reprimere il grido del dolore; pianto espresso con violenza dagli occhi oscurati e
cavi, dalla grondante testa leonina, dalla mano sinistra pendente, dagli omeri possenti
che la sventura abbassa verso terra. Con quel violento, represso dolore di gigante vinto
Michelangelo accompagna la prima scena della Creazione, la vorticosa figura dell'Eterno
tra onde di luce e nugoli d'ombra. Il mondo sta per uscire dal caos; e Geremia, eroico
telamone, sente sulle spalle dolorosamente abbattute, gravare il fato che perseguirà i
mortali. E la storia angosciosa dell'umana specie scrive le sue prime, terribili pagine
nei quadri biblici della volta, il cui sviluppo avviene in senso inverso alla progressione
cronologica degli avvenimenti, in un crescendo" impressionante di movimento dal fondo
della cappella all'altare: tra vortici di ciclone e chiarori di lampo, Dio separa la luce
dalle tenebre; avanzando con fragor di tuono nello spazio, crea col tocco magnetico di
due dita il sole e la luna; scatenandosi da un antro, erompendo tra una coorte d'an-
gioli, disserra, col grande gesto squarciato delle braccia protese, la terra dalle acque.
Agli occhi trasognati del primo uomo, Dio non si presenta con la soave benignità di
aspetto che gli avrebbe dato Raffaello, ma fra lampi e tuoni: la vita annunzia, alla
creatura avvolta nel torpore del sonno e inconscia, la terribilità del suo destino. Dal-
l'improvviso getto di due forze in direzione opposta, da un improvviso scatto della
spirale stretta dal serpente intorno all'albero della vita, si sprigiona, con violenza for-
midabile, il doppio fulmineo assalto del demone e dell'angelo vendicatore; e, incalzata
dall'avanzar delle acque del Diluvio, inoltra, verso l'ultimo lembo di terra non ancora
inghiottito dai gorghi, l'orda umana in disperata agonia.

Rocce, tronchi nudi, sabbiose dune formano il paesaggio in cui si svolge la scena
del Diluvio, come quello in cui si stende il Paradiso terrestre; l'erba non spunta sulle
aride sabbie, gli alberi senza foglie dantescamente si torcono investitidalla furia della bora.

A quel modo, mentre Raffaello, nelle Stanze, narrava, con serenità estranea alla
vita della società sconvolta, i fasti delle Scienze divine ed umane, Michelangelo svol-
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