L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 26.1923

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LE ORIGINI DELLA CRITICA D'ARTE A VENEZIA

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ma non concludon nulla. Nella terza parte Natura ed Arte disputano senza stancarsi.
La scoltura è più difficile (p. 19-20); è più eterna (p 21). Finché convengono con l'ammi-
rare il mosaico che è pittura e scoltura insieme ed eterno. Peccato sia troppo costoso!
(p. 24). Nella quarta parte tornano Silvio e Pino. Meglio del mosaico sono le statue
policrome; nò vale che Pino si sfiati a dimostrar la preminenza dell'arte sua nella com-
posizione delle storie di dei e d'uomini: l'altro contrappone le storie in marmo (p. 27).

La disputa continua nella quinta parte, in cui s'imputa alla pittura il torto che
non si può vederla che da un lato solo; finché, nella sesta ed ultima, compare a scio-
glier la lite irresoluta il cavaliere Baccio Bandinelli, che tiene « il principato del di-
segno » (p. 39) : degno finale della tiritera, che porta in trionfo la scoltura secondo il
giudizio stesso di Michelangelo (p. 44).

In verità questa povera scoltura è esaltata per tutto il libretto in tono così ba-
lordo che è una fatica leggere le ben quarantaquattro pagine; ma la chiusa del Ban-
dinelle consola della fatica. Bandinello parla bene di Sansovino « sculptore ottimo »
e di Tiziano « pittor vivace » (p. 40), anzi lo paragona ad Apelle per le virtù di ritrat-
tista (p. 40); ma esalta Michelangelo sovra ognuno. Insomma avvilisce la pittura e cer-
cando di contentar tutti, parla gonzo e tronfio del suo « principato del disegno », im-
memore del ghigno dell'Aretino che sulla faccia gli rimbeccò la sua « prosuntione, allora
che si arrischia con temeraria fantasticheria di voler superare Michelangelo! » (III, p. 230).
Inutile è aggiungere come, pur passando in rivista l'enciclopedia trattistica delle arti,
con aneddotti e giudizi a tutto spiano, non c'è un tratto solo che valga la pena d'esser
riportato, a meno che non lo si faccia per riderne.

Ormai l'ardore reazionario si rinfocola nei veneziani ed èccoti l'anno stesso Mi-
chelangelo Biondo che ti stampa Della nobilissima Pittura et della sua arte (utile et
breve dottrina)... Gionti vi sono anchora tutti li Pittori famosi di questa etade con le
loro gloriose pitture... In Vinegia, alla insegna di Apolline, 1549 ». Egli, celebre medico
e trattatista di anatomia e clinica, proclama senz'altro la « perminenza » della pittura,
«perchè dà i colori e le ombre e le luci delle cose». L'impostazione è franca e spedita:
l'autore è un veneziano e tanto basta. «La pittura è lo studio de le cose che si vedono
e rapresentanosi » (p. 10). Altrettanta chiarezza. Fa le sue brave divisioni come il Pino;
però, noiato, se la sbriga in quattro parole. Quindi traccia una vertiginosa serie di bio-
grafie-elenchi d'opere: 3 per Raffaello, 3 per Fra Bastiano, 1 per Perino (del Vaga), 4 per
Salviati; e via via passano Mantegna, Costa Bolognese, Francia e Titiano (p. 18). « Credo
s'io avesse la bocca di ferro con cento lingue, non sarei sufficiente di esprimere le sue
lodi » (p. 18). Lo entusiasmano « spetialmente i bellissimi retratti a quai altro non manca
che la voce », ripetendo il solito giudizio del Doni e dei toscani. Ma subito dopo dice
di Michelangelo: « se gli altri pittori sono celebrati et essaltati fra mortali, nondimeno
costui solo de tutti i pittori gliè la vera gloria et il perfetto honore » (p. 18), celebrando
« il Giuditio nella Cappella ». Infine loda in blocco i romani decoratori raffaelleschi e
Leonardo «unico fiorentino» («costui glie stato raro pittore»). Come si vede non c'è
un'idea centrale; anche il senso del colore, dimostrato dal Pino, è perduto in un eclet-
tismo superficiale (se pur superiore alla partigianeria del Doni), spiegabile del resto
nel Biondo, che come noto medico, viaggiò mezza Italia. Si esalta infine Tiziano, ma
ancor più Michelangelo: il gusto veneto appare completamente dominato da quello
romano.

* * *

Intanto i continui assilli accademici hanno irritato Tiziano e l'Aretino stesso.
Questi, appunto nel '49 dichiara di proposito, e definitivamente: « Dopo l'havermi re-
cato con tutta la consideration del giudizio, in minutamente considerare le cose di-
pinte ne i quadri: ho in me concluso secondo la propria conscienza, et il vero, che
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