L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 26.1923

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LA CRITICA D-ARTE NEGLI SCRITTI D'UN PITTORE E SCENOGRAFO no

non hanno alcun valore se pensate vuote, senza
gli infiniti e necessari motivi pittorici forniti dalle
compagnie de; ballerini, dai carri trionfali, dalle
complicate « macchine » di cui lo stesso pittore
di scena era l'ideatore. Con una stessa misura
si dovrà dunque studiare tanto un quadro, quanto
un complesso scenico giacché, per dirla con le
parole d'uno scenografo del settecento: « La scena
non dovrà essere colorita con modo fiero e forte,1
che gli attori si confondano fra i suoi colori e chia-
roscuri, che, anzi, vuol esser trattata con pen-
nello morbido... come in un quadro istoriato le tinte
del campo debbono essere soggette alle figure dell'i-
storia ».

Da questa ricerca d'armonia tra i vari elementi
teatrali, scaturisce, come immediata conseguenza,
una netta coscienza dei propri mezzi d'espressione,
un arricchimento del proprio bagaglio d'esperienza
tecnica e, quindi, un sorprendente raffinamento
nell'esame dei più vitali problemi pittorici.

A questo periodo di studi e di ricerche ci ri-
portano gli scritti d'un maestro di prospettiva:
Baldassarre Orsini.

Dopo essersi già occupato di scene teatrali, in
un trattato di geometria,2 egli ne riprende lo stu-
dio in una rassegna critica di questioni riguardanti
la pittura di scena, più da vicino, libero, in certo
modo, dal dover iniziare il lettore alle prime diffi-
coltà prospettiche. Questo scritto,3 pubblicato ano-
nimo, a scopo di polemica, contro alcune critiche
di « malevoli » come ci dice l'autore stesso,4 ci ap-

1 II gusto del colorire violentemente le scene senza
tener conto degli altri elementi teatrali, o di sfoggiare colori
vivaci e senza armonia, nei costumi, dominò principalmente
nella scenografia francese dei Ballets in cui appariva evidente
« un goùt singulier pour les couleurs voyantes: les rouges,
les bleus et les verts, sont souvent associés de manière
barbare » (V. Henry Prunières, Le Ballet de cour en
France, ecc. Paris, H. Laurens, ed. 1914, pag. 180).

2 Orsini Baldassarre, Della geometria e prospettiva pra-
tica, tomi 3, Roma, 1771.

3 Le scene del Nuovo Teatro del Verzaro di Perugia ragio-
nate dall'A. delle medesime, in Perugia, 1785.

4 « Da principio ebbi per fine l'ammaestramento per
gli studiosi, in progresso mi ha obbligato un atto di giusta
diffesa alla mia nota causa. E questi sono i motivi che
hanno partorito questo opuscolo »; più innanzi accenna poi
esplicitamente alle accuse di ipercriticismo; « ma già mi
pare di sentire le grida di certi babbuassi o scimmiotti ame-
ricani contro le mie dimostrazioni ottiche veramente inutili,
dicono essi, pel mestiere di pittore di scene... buon per
essi ma tiriamo innanzi ». (Le scene, ecc., pag. 25). Altrove
parla del carattere teorico del suo primo studio di geometria,
contrapposto a quello pratico del suo scritto sulle scene.
« Nel trattato che pubblicai intorno la geometria... mi pro-
posi di spiegare il metodo delle scene... ora mi son risoluto
di dare alla luce anche questa mia pratica fatica, in sup-

pare come un esame stilistico delle scene dipinte
dall'Orsini in Perugia dove egli svolse la sua atti-
vità d'insegnante, di pittore e di critico.

Pur volendo essere strettamente legati all'esame
di certi problemi essenzialmente pittorici, sulla
scorta dell'Orsini, è necessario, peraltro, riferirci
all'ambiente artistico in cui egli visse e nel quale
s'agitarono idee sull'Arte assolutamente decisive
per tutto l'ottocento, fin quasi ai giorni nostri:
resterebbero, altrimenti, poco chiari, alcuni atteg-
giamenti critici dell'autore, tanto caratteristici
del mondo artistico romano alla fine del sette-
cento. I

Baldassarre Orsini, fu pittore di nessuna impor-
tanza: come scenografo mancò soprattutto d'ori-
ginalità: basta sfogliare le piccole incisioni ch'egli
aggiunge al suo volumetto per vedervi, fiaccamente
ripetuti, motivi bibieneschi a volte impoveriti da
uno sterile verismo: la sua figura acquista invece
grande interesse per la raffinata sensibilità critica
con cui egli seppe decisamente applicare la critica
d'arte alla pittura di scena, ed esaminare i problemi
della scenografia alla stregua, di quelli pittorici
più interessanti nel sei e settecento.

Egli si trovò a condurre vita di provincia in
pieno movimento neoclassico: niente affatto do-
tato d'una spiccata individualità, e culturalmente
inferiore agli araldi del neoclassicismo italiano:
l'Algarotti e il Mengs, subì completamente le idee
fondamentali dei due accademici legati stretta-
mente al movimento nascente. L'Orsini, peraltro,
guardò come in disparte, e, quindi, in prospettiva,
tutto l'ambiente artistico romano nella seconda
metà del settecento: situazione quanto mai favore-
vole al suo carattere di critico-trattatista.

Non ci meraviglia, dunque, certo, se si duole di
non poter esser da tanto, come i tempi volevano
« ...per ideare un prototipo puro di greca e latina
semplicità, per comporre una scena su quel gusto
di cui si compiacque descrivere il dotto conte Al-
garotti: ho tante volte desiderato di vedere, in
qualche scena, un bell'atrio traforato, che fosse in
ombra, attraverso il quale si vedesse cortile o
piazza, o altra simil cosa tutta nel chiaro, imitando
le belle sagome dell'antico e i begli accidenti di na-
tura,1 non andando dietro a chimere, a sogni, e,

plemento a quanto io già scriveva nell'innanzi citato trat-
tato. (V. Le scene, ecc., pag. 12).

1 Ideale di paesaggio neoclassico che ricorre spesso nelle
pagine dell'Algarotti, ammiratore di Claudio di Lorena,
il quale « ...rivolse più che ad altra cosa l'ingegno ad espri-
mere i vari accidenti del lume quali appariscono singoiar
mente in cielo... arrivò a dipingere le più lucide arie del
mondo, i più caldi e vaporosi orizzonti ». (V. Saggio del
conte Algarotti sull'architettura e sulla pittura, a. 1756).
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