L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 26.1923

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LORENZO GHIBERTI

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E però arrivati a questo punto ci si attende che il Ghiberti formuli la sua « teorica ».
Invece espone le notizie raccolte da Plinio sugli artisti dell'antichità, e quelle di personale
esperienza sui pittori del Trecento, su uno scultore tedesco e su sè stesso. Soltanto nel
terzo commentario inizia l'esposizione dalle premesse scientifiche all'arte figurativa, senza
originalità, senza ordine, senza mantenere, o quasi, più alcun contatto tra quelle nozioni
scientifiche e l'arte. Prova questa, che le nozioni scientifiche erano per lui un aggregato
esteriore erudito, anzi che una necessità vitale, proprio come le notizie pliniane.

La necessità teorica e il conseguente rigore di ragionamento, le due qualità che
caratterizzano i grandi Fiorentini del primo Quattrocento, che portarono il Brunelleschi
alla scoperta della prospettiva e l'Alberti a una nuova teoria della pittura, proprio quelle
qualità in cui si può riconoscere rinata l'energia razionale degli Antichi, sono perfetta-
mente estranee al Ghiberti, anche s'egli vi aspiri. Con i suoi Commentarii, il Ghiberti ha
assunto senza dubbio un posto importante nella storia della critica d'arte; ma ciò
dipende dalla sua sensibilità squisita d'artista e dall'amore con cui ha saputo rivelare
alcune pitture del Trecento. Certo egli s'accorge che attorno a sè sorge un mondo nuovo,
fondato sulle conoscenze scientifiche della natura e sulle « misure » dell'arte classica, se
n'accorge, sogna di essere anch'egli della partita, brama glorie architettoniche scientifiche
letterarie, e resta fuori del mondo nuovo. Lo vede come in sogno, e non lo può rag-
giungere: il mondo nuovo rimane per lui un'aspirazione romantica. E se dal sogno si desta
per riconoscere la sua realtà: ebbene allora si trova in compagnia dei pittori del Trecento.

Una concezione molto diversa del carattere dei Commentarii si è fatta l'acuto e dili-
gente editore di essi, Julius von Schlosser. Ed è troppo importante per capire l'artista
di stabilire con esattezza la posizione di Ghiberti scrittore, perchè non sia necessario di
dimostrare la ragionevolezza dell'una piuttosto che dell'altra concezione.

Lo Schlosser afferma la capacità storica del Ghiberti in opposizione al carattere anti-
storico dell'Alberti; e questo, a proposito della venerazione del Ghiberti per gli antichi
« vilumi e comentari e lineamenti e regole che davano amaestramento a tanta et egregia e
gentil arte ». L'Alberti invece superbamente afferma « non come Plinio recitiamo storie,
ma di nuovo fabrichiamo una arte di pictura ». Ecco l'« eterno dilettante», dice lo Schlosser,
di fronte allo « storico »; e del titolo di dilettante l'Alberti è stato gratificato anche in
Italia. A torto! L'Alberti chiarisce l'arte fiorentina del Quattrocento indicandone le ori-
gini nella visione prospettica, e lo sviluppo a traverso la circoscrizione dei piani, la com-
posizione dei piani e la recezione dei lumi. Il Ghiberti racconta le storie di Plinio, anno-
vera le opere dei maestri moderni a lui cari e accenna ad alcune sue impressioni squisite.
Chi dei due si avvicina di più al concetto che oggi abbiamo dello storico? Nessuno dei due,
certo, si identifica con quel concetto. Ma dall'Alberti ricaviamo un organismo mentale
che può esserci guida per intendere la pittura fiorentina del Quattrocento; dal Ghiberti
non possiamo ricavare idee che ci guidino, ma soltanto materiali frammentarii, anche se
preziosi. Proprio rinunziando a « recitare le storie», l'Alberti si avvicinava con un colpo di
genio a costruire la storia. E quando si pensi che l'Alberti ha scritto il suo trattato di pit-
tura dieci o quindici anni prima che il Ghiberti iniziasse i suoi Commentarii, occorre pure
ammettere che il rinnovatore, l'uomo nuovo, l'uomo dell'avvenire, è l'Alberti, e che il Ghi-
berti si mantiene nella tradizione, raccogliendo notizie da Plinio, come già aveva fatto il
Petrarca, e parlando degli artisti del Trecento, con estensione assai maggiore, con scopo
assai più intimo, ma infine in modo non del tutto dissimile da quello che già aveva
usato Filippo Villani.

Ma lo Schlosser non si contenta di affermare la superiorità storica del Ghiberti
sull'Alberti, egli afferma anche una superiorità teorica. Infatti il Ghiberti, secondo lui,
scrive di ottica, sull'orma di Alhazen, in modo prettamente fisico-matematico, e non col
dilettantismo e il greve empirismo dell'Alberti. Eppure l'Alberti ha chiara coscienza del
suo metodo: « Ma in ogni nostro favellare, molto priegho, si consideri me non chome
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