L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 26.1923

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COLTURA ED ARTE

Continuazione, vedi fase, di luglio-agosto)

L'antichità classica ha tanti volti quanti uomini di genio l'hanno ripensata e tutti
son colorati dalla luce del nostro spirito, il quale la ripensa per sè e attraverso quei linea-
menti che le prestarono volta a volta una nuova effigie.

Ma un carattere preliminare a tutte queste realtà è comune: un suggerimento di
energia, di grandezza e di equilibrata misura, un ardore di riconquistarsele più che mai
possenti con la conoscenza d'ogni residuo e d'ogni memoria dell'antica civiltà, un senso
infine di originaria proprietà e ricchezza, di cui nemmeno i medievali contemplatori di
Dio sapevano disfarsi e che per il popolo come per gli spiriti colti fu conferma senti-
mentale della propria discendenza romana come del più splendido blasone nobiliare.

Superfluo è qui rintracciare questo sentimento che serpeggia attraverso i bassi tempi
e perpetua negli spiriti del quattrocento l'ingenuo entusiasmo delle Mirabilia e dei
romanzi e poemi giullareschi a tema classico; questo filone d'oro che per le torbide terre
arate dalle invasioni appare ovunque una società e una coltura si formino, mentre si
vanno organizzando le nuove nazioni barbariche e neo-latine.

Ma non solo così strettamente va intesa nel Medio-Evo la tradizione romana. Noi
sappiamo che la Chiesa Cattolica — mentre l'Orientale s'arricchiva di coloriti elementi
asiatici ed egiziani — validamente ne riprese il linguaggio e in parte lo spirito. Basiliche,
arredi, riti, canti, scritture, forme d'organizzazione e d'amministrazione, oltre che il con-
cetto di Roma centro del mondo e signora dell'impero universale e perfino i dogmi del-
l'assolutismo imperiale e molti cànoni giuridici romani: tutto questo la Chiesa mantenne
vivo. E specialmente i linguaggi dell'arte.

Non è molto che l'architettura dei bassi secoli s'è normalmente intesa come « roma-
nica » e se n'è rintracciato lo svolgersi e prodursi fino al trecento; non è molto che quanto
è veramente romano — cioè più etrusco che greco — s'è ritrovato vivo nei sarcofagi
e nei busti cristiani; non è molto che s'è riconosciuto dal nostro Maestro come la parlata
pittorica romana — il plasticismo chiaroscurale — più o meno toccato dalle influenze
cromatico-lineari decorative che venian da Bisanzio, continuasse in quelli évi a parlare
parole di vita, dalle absidi di Santa Prudenziana e Santi Cosma e Damiano, via via
fino al Giudizio Univcrsale di Pietro Cavallini in Santa Cecilia di Trastevere.

Ora il problema dell'arte del trecento tocca assai più da presso che quello del-
l'Umanesimo l'intimità della tradizione classica, che la Chiesa aveva perpetuato. Infatti
è finalmente apparso con tutta chiarezza come Giotto attingesse a Roma le radici del-
l'arte sua, bevendo dalla bocca del Cavallini e dei grandi musaicisti e diffondendo per
l'Italia come nazional lingua pittorica il buon latino romanico del Medio Evo.

Egli ne aveva animato della sua passione gli elementi non mai consunti dall'ara-
besco lineare e dal campito barbaglio bizantino, ancor vivi in Siena per opera di Duccio
e, in parte, di Simone Martini, rinnovellatori del colorismo decorativo e della signorile
eleganza calligrafica con tutto nuovo senso femminile e cristiano. Ne aveva ripreso le tre
vive voci — il profilo di contorno, i campi di tinta monocromi, il chiaroscuro disegna
tivo —; ne aveva scisso in una larga distesa di piani l'immobilità monumentale; aveva
sintetizzato nel campo colorato, quasi nudo di modulazioni, lo sfaccettìo dei lumi, me-
more delle tèssere orientali, ch'era rimasto agli angeloni cavalliniani, e con le rigide com-
messure di quei piani aveva ritagliato lo sfondo neutro delle ìiiuraglie in una serie di
oblique, di verticali, di orizzontali, secondo cui si disponeano i moti e le pressioni essen-
ziali della umana passione del Cristo e dei suoi Santi, gravandone, a misura dell'interesse
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