L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 26.1923

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LE ORIGINI DELLA CRITICA D'ARTE A VENEZIA

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Così del Lotto egli nota a Bergamo « el quadro della Natività nel quale el put-
tino dà lume a tutta la pittura » — pi'ecisa comprensione dei fenomeni luminosi pro-
pri del Correggio;1 così s'esalta per una Nostra Donna, mezza figura, che dà latte al
fanciullo, colorita de man de Leonardo Vinci, opera della gran forza e molto finita»;2
conosce «l'affettuosità» propria del Lotto;3 conosce l'arte dell'Amadeo «laboriosa sot-
tile perforata ».4 Ci avviciniamo dunque ad un certo eclettismo che le importazioni
letterarie toscane sempre più svilupperanno nel Dolce; ma è evidente che qui tutto
è ancor « veduto » attraverso Giorgione; anche Gentile da Fabriano, « che facea tutte
le carni simili fra loro e che tiravano a color pallido », ma che nei suoi Ritratti ha « un
lustro come se fossino a oglio »;5 anche Antonello, dai ritratti «molto finiti e hanno
gran forza e vivacità, e maxime in li occhi »;6 anche Zuan Bellino una cui Madonna è
« contornata apparentemente con li riflessi fieri mal uniti con le mezze tinte, è però opera
laudabile per la grazia delli aeri, per li panni... ».7

Importantissimo anzi è quest'ultimo giudizio, ove si esprime la povertà che i gior-
gioneschi sentivano nel quattrocento: quella mancata fusione cromatica tonale. È la
prima e forse l'unica volta che un veneto del cinquecento, indirettamente sia pure, con-
danna l'ideale toscano della prospettiva dei campi recisi di colore locale: indice dun-
que d'una coscienza critica altissima che solamente nel Boschini, un secolo dopo, tro-
verà più completa espressione.

li giusto tuttavia dire come soltanto una concezione naturalistica assai indeter-
minata si adatti a tal gusto: la pagina riportata su Antonello ce ne dà sufficiente
prova. Sarà merito di Pietro Aretino, del suo spirito spregiudicato ma nutrito incon-
sciamente di intellettualismi e ideologismi toscani, di far più luce sull'arte veneziana.
Egli appunto in questo mondo di creatori di buongustai e di critici giungeva nel 1527

• * * *

Giungeva il « professor d'artificio », proclamandosi all'ine « per gratia di Dio huomo
libero », dopo aver fortunosamente fuggito le invidie e i rancori romani, che due volte gli
aveano armato contro il pugnale. Stanco di avventure egli fida la sua vita alla protezione
del Doge, e assicuratosene, lavora a tutt'uomo per crearsi agi e fama e riposo. Già ce-
lebre egli era, libellista, pasquinista, temuto scrittore di avvisi o fogli volanti monitori
ai potenti, con l'aureola libertina dei « XXV modi » intagliati da Marcantonio Raj-
mondi e la nomèa di scrittore di commedie, assicuratagli dalla Cortigiana e dal Mare-
scalco. Ma fra le varie arti — tutte egli aveva usato per vivere — una scelse per
arricchire indipendente e pur caro ai potenti: il commercio delle opere d'arte.

Già in Roma cortigiano di Agostino Chigi, il famoso banchiere e mecenate senese,
aveva conosciuto Raffaello, allora all'apici- della sua gloria, Giulio Romano, e il So-
doma, e Giovanni da Udine; s'era legato col Sansovino; aveva ammirato Michelangelo.
L'Epistolario ci mostra come con tutti mantenesse amicizia, e col Genga e col Rajmondi
e specie con Sebastiano poi Frate del Piombo, che insieme col Sansovino ritroverà a Ve-
nezia. E si può dire clic già allora fosse ritenuto da gli amici artisti buon compare e
acuto buongustaio, com'egli spesso si vanta nelle lettere.

1 Ivi, p. 139.

2 Ivi, p. 225. Forse la Madonna attribuita a
Fr. Napoletano, Brera, Milano.

3 Ivi, p. 128.
■t Ivi, p. 89.

5 Ivi, p. 148.

6 Ivi, p. 150. , . ■ • '■ .

7 Ivi, p. 149. Sappiamo che il Michiel aveva
lasciato manoscritte alcune Vite di Pittori, non
pubblicate perchè prevenute dall'opera del Vasari;
esse sono perdute. V. in L. Venturi, L'Arte cit.,
1917, p. 305 sgg., circa la contemporaneità e il co-
mune spirito del Michiel e dei fiorentini Antonio
Billi, Gelli e l'Anonimo Gaddiano. .
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