L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 26.1923

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SERGIO ORTOLANI

mera etnisca, prorompe: « non è dubbio che Arezzo, nei tempi hoggi antichi, come
allhora felici, concorreva quasi di grandezza con Roma! » (VI, p. 205).

Conosciuta tale spregiudicatezza di gusto, non ci maraviglieremo se il talento ar-
tistico e quello logico si fondono, nell'atto come nel pensiero, in quel « giudizio » che egli
tanto si vanta di possedere. Giudizio è per lui tutta la forza dell'intelletto, il genio di
Michelangelo (II, CDLIII), e il proprio (V, LXXXI): esso è la dote di concepire o meglio
d'intuire, in quanto la conoscenza è per lui, indòtto e sragionatore appassionato, tutta
intuizione, e non diversa era per gli artisti suoi amici. Ricavare di sè un giudizio logico
o la concezione d'un'opera, secondo un ritmo spontaneo di convenienza (I, CCCII);
ecco il dono della natura, del pianeta, delle stelle, cioè di Dio (III, p. 123; IV, CLXXXIII;
IV, CDXXXI; V, CCXCV; IV, CCXXIII). E ciò lo accende di entusiasmo e lo induce a
superare il suo pensiero stesso. Così avviene che, partendo da un preliminare concetto
naturalistico — (l'arte: ciò che è finto e rende l'inganno del vero, la natura intesa come
tutta la realtà viva (V, DLXXI), e la grandezza raggiunta riuscendo a fare scambiar
« l'essere col parere » fino al trionfo della ciarlataneria) (III, p. 223; III, p. 104) — egli,
ammirato e pensoso della spontaneità del grande (IV, V), che sola trova l'espressione
perfetta (IV, XXIII), e intuitane l'entità tutta singolare (I, CLVII), viene a determi-
narne la potenza non già come « artifitio », cioè critica, nè come facoltà riproduttiva
d'una realtà esterna (I, CLVII, virtù del pittore), sia essa un volto o una fibbia o un
velluto, ma come « imitatione » di tutto ciò che è sentito vivo e vero, cioè che è in noi.
Perchè natura non è, in questo più alto senso, che il mondo che noi sentiamo, intuiamo,
conosciamo, cioè noi stessi. E si noti il valore della parola « imitazione » che significa
genericamente « esprimere » o « rappresentare », ch'è lo stesso in arte.

Loda egli allora Erasmo « che ha islargato i confini de l'umano ingegno, e, ne lo imi-
tar se stesso, è restato ne la memoria degli uomini come un solo esemplare di se mede-
simo » (II, CDV). E non è già questa una inconscia conquista: egli aperto ripete: « E
certo è ch'io imito me stesso, perchè la natura è una compagnona badiale che ci si sbraca
e l'arte una piattola che bisogna che si apicchi» (I, CLVII). Nè è senza senso ch'egli
trovi una delle frasi più sue e trivialmente generose per elogiarci questa « natura »
ch'egli ha alfine identificato con se stesso! Ma egli supera anche tale concezione. L'am-
mirazione più appassionata per Michelangelo e Tiziano, gli fa risolvere in una frase de-
finitiva le confuse orecchiature neo-platoniche e il suo senso della verità: dice egli
del primo: «ne le man vostre vive occulta l'Idea d'una nuova natura » (I, CXCII) e del
secondo «ha nel pennello la Idea di una nuova natura» (IV, CCCCLII); e ancora:
« nel suo stile vive occulta l'Idea d'una nuova natura» (V, CCLVIII). Insiste su questo
lampo del suo spirito per cui riconosce al grande la virtù di creare un mondo tutto
proprio e novello, come avea già fervorosamente ripetuto che questo mondo creato nel-
l'arte o nel pensiero è l'espressione dell'individuo medesimo e di quello solo. Conclu-
dendo, l'arte vera è per lui « una nativa consideratione delle eccellentie della natura »
(IV, CCXXIII) cioè della bellezza (IV, CCLXXXV). E tanto è vero che tal «natura»
è il suo stesso animo, ch'egli rincalza: « o turba errante, io ti dico et ridico che la poesia
è un ghiribizzo de la natura ne le sue allegrezze, il qual si sta nel furor proprio... si
che attendete ad essere scultor di sensi e non miniator di vocaboli! » (I, CLVII).

* * *

Con tanta libertà di concetti egli accompagnò il dono di tutto il suo sentire al-
l'ideale veneziano della pittura. Nato era a godere il colore: lo sfaccettamento dei lumi.
« Mi abbaglio la vista nel tremolar dei puntali d'oro, di cui erano tempestati i drappi...
mi perdo ne lo splendore dei lumi riverberanti nell'oro dei drappelloni » (I, LXIX).
E ne conosce la tecnica pittorica più minuziosa: « Io non son cieco nella pittura, anzi
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