L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 23.1920

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bollettìno bibliogràfico

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UNA MOSCA « CAVALLINA »

Un Aldo di non so quali Rinaldis, convinto d'insana-
bile ignoranza da' miei rilievi (Arte: Boll. Bìbl., gennaio-
aprile 1920) intorno ai suoi scritti sulla pittura napolitana
e vedendo ormai perduta per i propri occhi la facoltà di
distinguere non dico uno da un altro dipinto napolitano,
ma neppure un napolitano da un genovese, fa mostra di
rispondere, e non potendo rispondere, insolentisce, insinua,
divaga. (Napoli [Nobilissima], n. Ili; marzo 1920).

All'insolenza, all'infinita sguajataggine non risponderemo.
Sapevamo, sapevamo ch'esse dovevan pur dar fuori una
volta, rivelando intatta sotto la frettolosa verniciatura di
snobismo estetistico la mentalità di liberto pompejano, ele-
vato da lanista a scriba, di cotesto soprastante del Museo di
Napoli assunto poi a mansioni apparentemente più elevate,
con gran pericolo, come si vede, del buon costume scien-
tifico.

Eppoi nella nostra Italia bella non è questo l'andamento
destinato di ogni polemica? che il più debole d'intelletto
e di conoscenza, una volta messo al muro, scientificamente,
si rivolti con ingiurie e male parole, come un ossesso? Ma
l'ispettore espettori, che per gli esorcismi penserà semmai il
parroco della Stella, se vuol scendere un momento verso il
Museo e tender l'orecchio a' guajti.

Io soltanto, ripeto: Aldo De Rinaldis non risponde alla
serrata serie di argomentazioni in cui dimostravo: «) la
sua grande insipienza in fatto d'arte napolitana e di Caval-
lino in ispecie; 6) il suo abituale metodo di rapina intel-
lettuale compiuta a' miei danni; c) la sua consueta malafede
nel deformare e storcere il resultato storico de' miei scritti.

Pertanto, la dimostrazione resta; e quell'altra mia affer-
mazione, che tanto gli cosse, e ch'io avevo pure il diritto
di fare non per malevolenza, ma nell'interesse degli amatori
e degli studiosi di pittura, che cioè il De Rinaldis vada di-
sordinando la galleria di Napoli, non posso qui che tran-
quillamente riconfermare con sicura coscienza.

Eppure è proprio in seguito a questa mia calmissima con-
statazione ch'i sorta e dilagata, nel De Rinaldis, l'insinua-
zione indicibilmente bassa, e vile.

Insinua dunque il De Rinaldis, qua e là per tutto il de-
corso della sua espettorazione, ch'io possa essere stato in-
dettato da altra persona, che qui non occorre nominare, a
recensire secondo il inerito i suoi scritti.

Ora io dico a questo stolido ispettore, che soltanto nelle
inenti degli schiavi possono germinare simili supposizioni
servili.

E se ne stia pago alla spiegazione schietta che quel che
mi guidò fu soltanto la mia conoscenza appassionata della
verità e il mio disgusto per l'errore e per la critica cafona.

Insinua ancora il De Rinaldis vilmente, ch'io possa talora
indurmi a sopravalutare un artista per speculazioni d'altro
ordine che non sia lo scientifico; chiaro segno, rispondo,
ch'egli per non possedere intelletto, non ha sentore alcuno
di quella divina forma d'incorruttibilità che soltanto l'in-
telletto possiede; che non può dir cosa disonesta per non
commettere un errore mentale.

Ed ecco che le gratificazioni offertemi di mercante, di
collezionista, di consigliere d'antiquari cadono come sacchi
svuotati di vento.

Mercante. Non mi spettae il De Rinaldis erta ch'io merchi.
Sebbene non ponga divario di degnità fra un mercante e,

poniamo, un ispettore di RR. Gallerie, sebbene siamo in
giorni di mercato, non merco. E neppure sono ispettore.

Collezionista. Lo fossi più di quel che sono! Occorre vera
confidenza nel proprio intelletto, non il tremore di chi
spolvera quadri altrui, e poi tramuta di luogo, e alfine
lascia ammalorare, come avviene al Museo di Napoli.

Consulente di antiquari. Di ognuno che ritenga potersi
profittevolmente consigliare con me. Come ho consigliato
parecchie volte lo Stato ch'é di tutti il più duro d'orecchie
e di cervello, e cosi consiglio anche più volentieri collezio-
nisti e antiquari che vedo di solito più pronti a comprendere
la portata intellettuale di un consiglio che non siano i bu-
rocrati e le regie guardie dell'arie.

Alla fine è risibile che il De Rinaldis intaglili di far piovere
su di me chissà quali anatemi definendomi di mansioni cui
nessun incarico officiale m'impedirebbe d'attendere; come
s'io — quod Dei — fossi ispettore o direttore di patrie
gallerie.

Ritenga dunque a memoria, una volta per sempre, il
signor Rinaldis, ch'io sopra e anzitutto faccio quel che mi
aggrada.

A lui piuttosto, ispettore (se anche sgraziatamente)
della Galleria di Napoli, io posso invece domandare con
una certa maggiore curiosità che mai sia dei trecento
quadri, diciam meglio delle trecento croste italiane, che
furono, mesi fa, la favola ridevole di Nuova York; sicché
non fruttarono all'asta pubblica complessivamente che,
circa, 150 mila lire italiane, sebbene fossero sorrette, a
detta del catalogo, da una consulenza di Aldo De Rinaldis
che veniva ivi citato quale Direttore (non più soprastante,
non più ispettore) del Museo di Napoli (American Ari
News, marzo 1920).

Ma per ritornare sul terreno scientifico dal quale il De Ri-
naldis ci ha disgustosamente costretti a sviarci, col procedi-
mento comune a chi non sa, ne può sostenere discussioni
alla pari, diremo che il De Rinaldis mente quando afferma
ch'io abbia in mala fede forzato il significato di certe con-
secuzioni, stabilite nel suo articolo, fra opere del Cavallino.
Non che averlo forzato in mala fede dico che non l'ho nep-
pure forzato. Sfido chiunque, di mente sana, a cavare dal
suo articolo, ch'è tutto una rocca di malafede intellettuale
e di pulcinellismo critico, un costrutto cronologico diverso
da quello che, accuratamente compulsando, ho potuto ca-
varne io. Sono pertanto obbligato a riconfermare, parola a
parola, il già detto, poiché la giustificazione accampata dal
De Rinaldis, ch'egli non volesse darci colà un prospetto cro-
nologico, ma soltanto un processo di setificazione o di
vellutaniento nell'opera cavalliniana, appare troppo stolta o
troppo impudente, a chiunque abbia benché minima pra-
tica di pittura, più che di seteria.

V'é poi un passo dove la malafede dell'ispettore è talmente
gretta ne' suoi appigli da strappare i singhiozzi. Se vi dicessi
infatti che il De Rinaldis, forse per rappresentare in modo
più truculento il mio carattere, giunge persino a promuovere
a sifilide, il morbo assai più benigno invero, di che ebbe a
languire Cavallino, e al quale dunque io poteva ben parago-
nare con certa forza analogica il fastidioso stillicidio dei
suoi articoli cavallini?

li non potrei finir meglio che svergognando il De Rinaldis
per il procedere subdolo con che egli ha tentato di procurarsi
non so se un quarto o uu ottavo di alibi a proposito del gra-
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