L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 23.1920

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ANTONELLO DA MESSINA 0 GIOVANNI BELLINI?

Fra i dipinti della Galleria Liechtenstein di Vienna sono assai noti i piccoli ritratti
di due coniugi attribuiti sinora per concorde giudizio ad Antonello da Messina: il marito
grosso, volgare, tronfio, tutto racchiuso in una veste nera e con un berretto pure nero in
capo; la moglie pallida, pensosa, dagli occhi sognanti sotto alle bende che le racchiudono
il viso emaciato. Spiccano entrambi sopra uno sfondo luminoso di paesaggio e al rovescio
di una delle due tavolette è dipinta una cerva incatenata per un anello infisso nel muro,
su cui si legge la scritta A I E I racchiusa in un medaglione.1

Già Adolfo Venturi, con la solita intuizione e col profondo spirito di osservazione
cui nulla sfugge, aveva riconosciuto, è vero, in questi dipinti una più diretta derivazione
da un prototipo di Piero della Francesca per l'insolito fondo d'aria anziché l'unito fondo
scuro comune a tutti i ritratti di Antonello, e alcune caratteristiche belliniane, specie
nel' tipo muliebre, senza però ribellarsi alla generale attribuzione.2

Ora invece io riterrei di poter affermare che i due ritratti sono in realtà di Giovanni
Bellini; e questo sulla fede di Tommaso Lombardo da Lugano, uno dei migliori allievi
del Sansovino, il quale incaricato di fare l'inventario di una parte della Raccolta
Vendramin nel 1565, annotava: « due quadretti de man de Zuan Bellin uno con una figura
da dritto et da roverso una cerva, l'altro con una munega »: descrizione abbastanza precisa,
secondo il mio parere, per potere escludere ogni dubbio sulla identificazione di questi due
dipinti con i ritratti della Galleria Liechtenstein. E tanto più l'attribuzione ci sembra at-
tendibile (dopo che il citato documento ha istradato i confronti stilistici) oltre che per il
tempo relativamente vicino a Giovanni Bellini in cui è stata fatta, in quanto che gli altri
periti incaricati di inventariare la Raccolta erano: il Sansovino, Alessandro Vittoria, il
Tintoretto e Orazio Vecellio figlio di Tiziano, i quali non possono, per questa loro qualità,
averla ignorata.

Ma quale era, si domanderà, la Raccolta per la quale era stato riunito un simile
Areopago? Si trattava della Raccolta o Camerino delle Antigaglie — come egli stesso si
compiacque chiamarla nel suo testamento — di Gabriele Vendramin, patrizio vene-
ziano morto nel 1552. E chi si sorprendesse che così grandi artisti non abbiano disdegnato
di prestarsi ad un incarico per il quale si chiamava comunemente un orefice o magari
un venditore di mobilia, deve pensare che l'amore per le arti belle e il mecenatismo di
Gabriele Vendramin non potevano non avergli procurato — non meno che alla sua
famiglia — l'amicizia dei più eletti ingegni: basti dire che uno dei testimoni del codicillo
da lui dettato due giorni prima di morire (13 marzo 1552) è stato Tiziano in persona!

Uomo di grande valore questo Gabriele Vendramin, il prototipo del Patrizio Vene-
ziano del Cinquecento, del quale si può dire — come di tanti suoi contemporanei —

1 Voce dialettale greca che significa sempre
conio l'ha giustamente interpretata Lionello Ven-
turi e che ben si intona al mite idealismo di Gio-
vanni Bellini, e non A I F 1 come si era letto fi-

nora e che si supponeva fossero le iniziali dei
due coniugi.

2 Storia dell'Arte Italiana, VII, 4.
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