L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 5.1902

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MISCELLANEA

gomento del mio avversario, in quanto al modello a
cui Masaccio si sarebbe ispirato per l’incorniciatura
architettonica del suo affresco. Dei due riquadri alla
estremità del portico degli Innocenti, che il Marrai at-
lega come esempi della maggior analogia, quello a
destra è una modificazione fatta nel ristauro del 1819,
ed anche quello a sinistra non entrava nell’idea ori-
ginale del Brunelleschi. Questi al posto di ambedue
aveva progettato pareti liscie e piene, fregiate da pi-
lastri corinzii, e interrotte soltanto da una porta con
due finestre allato. Per ulteriori chiarimenti mi per-
metto di rinviare il dotto mio avversario a quanto ho
esposto al proposito nella biografia del Brunelleschi a
pag. 561 e 562, e di additare alla sua attenzione inol-
tre, il prospetto della Loggia degli Innocenti pubbli-
cato a corredo dell’opera del Bruni, Storia dell’Ospe-
dale degli Innocenti, (Firenze 1819), come pure un
disegno di Fra Bartolomeo agli Uffizi,1 dal quale
appare che verso la fine del secolo xv, l’arcata che
oggi conduce alla via della Colonna, non esisteva
ancora.

Strana, davvero, mi sembra l’enunciazione dell’as-
sioma che, in arte, l’opera meno perfetta debba di
rigore precedere in tempo alla più perfetta. Ma non
si hanno, dunque, i maestri di ordine inferiore che non
essendo capaci di proprie invenzioni si gettano avidi
su qualche opera eletta di un genio straordinario, ed
imitandola cercano campare la loro esistenza? E non
rammenta il mio critico tanti lavori, specialmente di
scultura decorativa, come tabernacoli, monumenti se-
polcrali, ecc., che servono ad illustrare quanto si è
detto or ora. Uno degli esempi più spiccati n’è appunto
il tabernacolo dell’ Impruneta, che però il Marrai —
seguendo il suo assioma , sopra indicato — vuole che
abbia servito di modello a Donatello, tacciandomi di
mancanza di logica (ohimè !), perchè io sostenni il con-
trario ! Ora io domando ad ogni giudice non precon-
cetto : ammesso per un momento che il tabernacolo
attuale di Or San Michele sia del 1463, è egli imma-
ginabile, non che probabile che un maestro della fan-
tasia esuberante e inesauribile di Donatello vada men-
dicando per un’idea alla produzione di un allievo e
seguace tanto mediocre come l’autore dell’altare del-
l’Impruneta?2 E ciò, quando — come giustamente

1 Corn. 134, n. 45.

2 Avendo io di nuovo esaminato quest’ultimo, debbo rettificare
l’opinione manifestata intorno al suo autore, e chiedere perdono
all’ombra del Michelozzi ! Esso è un lavoro di qualità tecniche
cioè meschine che non a lui, bensi a un suo aiuto o mestierante
della sua bottega deve ascriversi. È degno del resto, di essere
notato come nei due mascheroni dell’ imbasamento questi — per
quanto l’abbia conceduto la sua forza imitativa! — si sia attenuto
a quelli del tabernacolo di Or San Michele, copiando il suo mo-
dello fino nella forma dell’orecchio, piuttosto tondeggiante nella ma-
schera di sinistra, ed alquanto lungo e schiacciato in quella di destra.
E dire che Donatello sia andato all’Impruneta a cercarsi i modelli
pure di queste orecchie, insieme con i mascheroni ai quali spettano!

accentua il dottor Marrai — si tratta di un’opera che
per la sua importanza non solo artistica ma politica
avrebbe richiesto l’impiego di tutte le sue forze e doti
d’artista. Giacché, almeno in questo unico punto siamo
d’accordo col mio contraddittore che del tabernacolo
esistente in Or San Michele « fu autore Donatello, ma
che non tutte ne scolpì di sua mano le parti orna-
tive ». Davvero, le conclusioni a cui il Marrai arriva
appresso riguardo la relazione fra i due tabernacoli
in questione, mi paiono così mostruose che in nome
dell’offesa dignità del genio di Donatello protesto ener-
gicamente contro di esse.

Ed infine, — sempre ammesso che il suo taberna-
colo sia del 1463 e dell’anno seguente — poiché un
simile lavoro richiede più di un paio di mesi — come
mettere in accordo questa data con quanto sappiamo
degli ultimi anni del grande artista? Il povero vecchio
di 77 o 78 anni, che è costretto, « non potendo più
per vecchiezza lavorare »1 all’ultima sua opera di ben
altra importanza e levatura del tabernacolo, e il cui
compimento gli premeva anzi tutto, — quel vecchio,
dico, che è costretto di affidar alle mani degli allievi
l’esecuzione dei pergami di San Lorenzo, — il mise-
rando paralitico « che non può più lavorare in maniera
alcuna ed è costretto a starsi nel letto continova-
mente »,2 — era egli in grado di assumersi qualsiasi
lavoro nuovo? E considerando la questione dal lato
psicologico, se pure fosse stato capace di accettare la
nuova commissione, è egli probabile che quello stesso
maestro che durante tutta la sua vita tenne in gran
conto e guardò gelosamente la sua indipendenza arti-
stica, e volle che per le produzioni del suo genio il
mondo serbasse sempre il dovuto rispetto,3 che questo
maestro, dico, accondiscendesse ad eseguire in luogo
del suo proprio tabernacolo anteriore, distrutto per
mene e intrighi politici ch’egli per tutta la sua vita de-
testò, uno nuovo per la statua di un altro artista,
fosse questo pure Andrea del Verrocchio? Farsi fare
i tabernacoli per le proprie statue da altri scarpellini,
per non sprecare il tempo prezioso in simili lavori
— questo era conforme al genio di Donatello — ma
fare tabernacoli per le statue altrui, ciò poi non gli
andava a grado ! Ma ammesso anche, per un mo-
mento, questa cosa tanto inverosimile, non ne segue
la supposizione che i due artisti si sarebbero intesi
circa le misure del tabernacolo, allo scopo che l’opera
del Verocchio potesse trovarvi posto senz’altro? E
come spiegare allora che malgrado ciò la nicchia sia
riuscita così stretta che vi si volle tutta la genialità
del Verrocchio per trovare una soluzione che ora ci fa
l’effetto di assoluta perfezione, ma che nientemeno lo
costringeva di dare alle due figure del suo gruppo,

1 Vasari, II, pag. 416.

2 Loc. cit., II, pag. 421.

3 Cfr. Vasari, II, 162, 407 e 415.
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