L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 23.1920

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IL PASSAGGIO DI MATTIA PRETI A NAPOLI

Quando da Roma Mattia Preti giunse a Napoli, l'arte locale piangeva da poco nel
giovine Bernardo Cavallino una delle sue più espressive figure, il modellatore squisito di
piccole composizioni fervide di vita, animate di colori al giuoco di luce caravaggesca,
il serico, lo spirituale Cavallino'. Ed ancora durava la fama di Battistello2, erede della
maniera di Caravaggio soffusa di nobiltà nuova, di severo decoro: con l'influsso dei
caravaggeschi correva — parallela corrente — quello dello Spagnoletto, col suo super-
ficiale ma impressionante verismo, a cui si riallaccia per tradizione di tecnica la scrupo-
losa e luminosa ricerca della « scuola di Posilipo »; e fra riberiani e caravaggeschi si apriva
la via il manierismo partente dalla scuola de' Carracci. Onde il fluire di tante diverse
espressioni artistiche poteva, come di conseguenza, produrre — per non parlar dei mi-
nori — lo stile di Andrea Vaccaro incerto fra tante vie sino alla fine della sua lunga
carriera artistica, e preparare l'educazione pittorica di Luca Giordano col suo elegante
biondo luminoso eclettismo5.

Quali elementi dell'arte locale poteva, giunto a Napoli, assimilare Mattia Preti,
se già portava con sè, e nell'ambiente artistico lanciava, quella sua maniera « franca e
terribile », il trionfo della quale pur ci si palesa attraverso gli aneddoti, solo in parte fanta-
stici, che il biografo suo — il tanto bersagliato De Dominici •— poteva mezzo secolo
dopo raccogliere da tradizione orale?

Chè l'opera di Mattia a Napoli non è da confondere con la vastissima produzione
riberiana dai corpi lividi, dai particolari tormentati, dalla fredda ricerca del grandioso
nella curva di una piega, nel gesto slargato di una figura ginocchioni; non ha di Andrea
Vaccaro il disegno formale e l'ondeggiante maniera fra Caravaggio e la scuola bolognese:
violento e tragico quanto un Michelangelo Merisi, ha la composta malinconia, talora,
del vecchio Andrea Vaccaro; s'avvicina a Cavallino nella profonda suggestione di una
spiritualità gentile; a Battistello nello sbattimento sapientissimo dei lumi; al Ribera
nelle ricerche tecniche educenti la plasticità della figura: tormentante assillo e raggiunta
vittoria dell'artista nel periodo napoletano.

Che cosa dunque abbia prodotto nell'arte del Preti la dimora di circa un lustro a
Napoli ; che cosa abbia la sua maniera trasfuso nella nuova generazione di artisti che
studiò sulle sue tracce, sarebbe interessante e lunga ricerca, data l'intensa produzione arti-
stica a Napoli nei secoli xvii-xvm; ma si può intanto affermare che Napoli formò e
maturò la seconda definitiva maniera del Preti, innestò la vivace visione del colore sulla
robustezza del disegno, esaltò la forza del primitivo chiaroscuro in una più libera espres-
sione di risalti luminosi nel tempestoso vaneggiare degli sfondi.

1 Cfr. su Bernardo Cavallino: A. de Rinaldis,
Bernardo Cavallino (1622-1651), Napoli, 1909; e
dello stesso, Bernardo Cavallino ed alcuni suoi
nuovi quadri, in Rassegna d'arte, sett.-ott. 1917; ed
ancora Bernardo Cavallino ed alcuni suoi quadri
inediti, in Napoli Nobilissima, n. s., I, 1, 1920,
pp. 1-7.

2 Su G. B. Caracciolo cfr. R. Longhi, Batti-
stello, ne l'Arte, a. XVIII, fase. I-II-III.

3 Cfr. il recente libro di E. Petraccone, Luca
Giordano, opera postuma a cura di B. Croce, in
Bibl. nap. di stor., lett. ed arte, Napoli, R. Ric-
ciardi ed., 1919.

L'Arte. XXIII, 13.
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