L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 23.1920

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ETTORE SESTIERI

piedi intorno al piccolo Mosè disteso in terra. Le
vesti sono tutte di gialli accesi, di rossi da cut
prorompono gorgogliando fiotti di candidissimi
lini, di azzurri cosparsi di ghiaccinoli lucenti, an-
cora di rossi e di gialli preziosi nel personaggio che
addita il Giordano e infine, accanto a una manica
di grigio impalpabile, già apparso nel quadro
Sinigaglia, le risuonanze del colore culminano con
il trillo acuto, sottilissimo, della lista azzurra che
sce nde a perpendicolo dalle spalle della donna vista
di profilo, a sinistra. Una simile larghezza croma-
tica Cavallino non l'avrà mai più. Ma è appunto
questa larghezza che ci fa pensare ai tempi non
ultimi de! pittore, dai quali, inoltre, inevitabil-
mente, ci allontana la presenza di Caravaggio.
Chè se questo quadro è, cromaticamente, uno dei
capolavori di Cavallino, lo troviamo anche fornito
di piani luminosi che ci fanno sentire con evidenza
assoluta il collo della donna chinata, a destra,
mentre la sua mano poggiata sulla spalla dell'al-
tra, in ginocchio, è plasticata ottimamente. E in
terra, infine, il Mosè illuminato sulla fronte è tra-
versato nel corpo da una fascia d'ombra, come,
dopo averne fatto sbocciare il capo, Caravaggio
fascia d'ombra il corpo di Gesù nella Natività di
Palermo. Non è questo un ricordo vago come
l'angelo del Riposo in Egitto per la Morte di S. Giu-
seppe, ma la vicinanza tra i due putti è ora tanto
grande da farci, senza sforzo eccessivo, formulare
l'ipotesi che Cavallino sia stato a Palermo dove,
tra l'altro, avrebbe potuto vedere anche la 5. Ro-
salia dipintavi dal Van Dyck, ciò che potrebbe spie-
garci il successivo e sempre maggior raffinamento
del nostro pittore. Di questo viaggio, nessuno, si sa,
potrebbe darci, pc'r ora, la certezza assoluta. Ma
il legame tra i due quadri esiste, è forte, e non fa-
cile sarebbe spiegarlo senza la visione della Natività.

Con questa Salvazione ci siamo approssimati assai
al 1645. Da riportarsi ancora prima di questa data è
la Giuditta del Museo di Napoli. Caravaggio appare
di nuovo, ma senza più i suoi tagli decisi. La luce è
tangente alla scena; non investe in pieno i corpi
dandoci con l'intersecarsi dei piani una netta sen-
sazione dello spazio. Solo la testina della Giuditta
si lascia modellare dalla corrente luminosa, mentre
il corpo di Oloferne sfugge in ombra verso il fondo
senza rimaner colpito da essa. In questo quadro
Cavallino cerca piuttosto di sfiorare con la luce,
di render guizzi, abbagliamenti quasi fosforescenti;
tutto, tranne pochi tócchi, resta in un'atmosfera
tenebrosa, scelta molto bene per rendere più tra-
gico il fatto dell'uccisione di Oloferne. Ma, ed era
di questo che mi premeva adesso prender nota, co-
mincia un deviamento dal caravaggisnio che aveva
condotto il pittore alla Liberazione di S. Pietro,
e la luce, poco prima suprema necessità stilistica,

diventa oggetto di cure pazienti; nuovo sfile lumi-
noso il quale, certo, più che il piccedcnte tratta-
mento alla Caravaggio, faceva dire al De Domi-
nici, tutto preso d'amore per la <t sua bella ed
erudita maniera », avere Cavallino un « gran inten-
dimento nel lumeggiare ».

* * *

Dopo la Santa Cecilia Cavallino fece l'Ester degli
Uffizi (fig. 18). Era questo il punto d'arrivo verso il
quale il pittore aveva teso disperatamente, e l'attra-
zione subita da Caravaggio non ne aveva che ritar-
dato di poco il raggiungimento. Tutto il suo patri-
monio di conoscenze artistiche viene usato qui con
intenti, diciamo, puramente cavalliniani. Onesta
tendenza, che già avevamo vista nella S. Cecilia, è
portata al massimo grado. Ne! gruppo di donne a
sinistra, s'indovina qualche ricordo da Stanzioni.
Ma Cavallino, che ormai degli apprendimenti
caravaggeschi si vale per sfoggiare abilità nel-
l'impiego della luce, dissolve l'atmosfera rarefa-
cendola verso il fondo, sì che dalla prima donna
accostata al limite del quadro, densa di colore,
si passa,rper una graduazione tcnuissima, all'ul-
tima, tutta chiara, argentina e trasparente. Dopo
qualche volto un poco rozzo dei primi quadri e del
periodo caravaggesco, una elezione nella scelta dei
tipi abbiamo potuto coglierla nella Giuditta e più
ancora nella ,S. Cecilia. Qui gentilissima è l'Ester
come anche Assuero e pieni di dignità i due vecchi
a destra. Basterebbe questo da solo per riportarci
in un tempo avanzato, perchè per artisti come Ca-
vallino, che in fondo non sono tanto artisti da
dimenticarsi completamente della vita, il raffi-
namento degli elementi tolti da questa, rappre-
senta un raffinamento, cioè uno sviluppo, della
loro arte. Nella destra del quadro Assuero, vestito
d'azzurro e d'ermellino dinanzi ad una gran tenda
di velluto rosso, sfiora appena quella lista di luce
che è lo scettro e incrocicchia le gambe con atto
grazioso da signorina, mentre la luce inonda il
drappo bianco sulle ginocchia e ne rende carta-
cee le pieghe. Ancora a destra, i due vecchioni pen-
sano e si consultano. Più calcolati di così non si po-
teva essere. L'Ester, con la sua veste verdina
rigata di luce e la mano protesa in scorcio per-
fetto, non s'accorge, avanzando, che il suo corpo
viene a prendere una direzione assolutamente
parallela a quella delle gambe del re. Anche i con-
torni una volta rapidi e sfilati, hanno dato luogo
ad una immutabile esattezza, l'equilibrio è dive-
nuto intangibile, la rispondenza dei ritmi inamo-
vibile. Tutto è dosato con la bilancia di preci-
sione. L'eleganza dei personaggi è quella ottenuta
dopo lunghi agghindamene. Ester ha indossato
la miglior veste per presentarsi ad Assuero come
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