L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 27.1924

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RECENSIONI

circostancie: sa mise en scène est d'une autenticità de
chroniqueur, pour ainsi dire, oculaire ». Quanto alle so-
nanti lodi di T. Gautier (Hist. du Romantisme), non è dif-
ficile spiegarle con quella grande parte di sostanza assoluta-
mente letteraria che contribuisce a render tanto famigliare
la sua pittura agli scrittori francesi dell'ultimo cinquan-
tennio dell'ottocento. Le due figure giovanili così ben at-
teggiate nella piccola stanza (Liefdesverklaring, 1854)
(Tav. 16) o la nobile scena in costume, dove Margherita di
Parma sembra staccata da un ritratto di Holbein, e lo
sfondo in prospettiva da un'interno fiammingo, sono im-
maginate con così sottile e pacata raffinatezza di gusto, che
non ci si accorge, a tutta prima, dell'assenza quasi com-
pleta di commozione artistica: ma l'apparenza gelida e im-
mobile delle figure c'indica appunto questa deficienza, co-
stante in tutte le opere dell'artista. Tanto Hendrik Leys
s'ispira alla pittura dei Van Eyk, altrettanto H. de Brae-
keler (1840-1888) mostra di voler riattaccarsi all'arte di
Vermeer de Delft, (pag. 43) senza raggiungere le placide
trasparenze dell'artista grandissimo. Così l'arte fiamminga
di questo periodo oscilla tra una imitazione e l'altra,
giungendo raramente a manifestarsi in tutta sincerità:
bisogna giungere agli artisti più vicini a noi e più stretta-
mente legati all'impressionismo francese, per trovarci di
fronte a delle opere personali e singolari, forse perchè la di-
sinvoltura di tecnica e il rinnovamento prodottosi, per opera
dei primi impressionisti, aiutò i più personali tra i pittori
fiamminghi a liberarsi dalle pastoie d'una tradizione seco-
lare, non sempre duttile alle interpretazioni singole d'ogni
artista.

Ed ecco, dopo l'umanitaria pittura di Charles Degroux,
(1825-1870) che pure, nel celebre « Benedicite » (tav. 35)
seppe accostarsi, forse più di ogni altro, alla semplicità in-

tima dei migliori fiamminghi del seicento, l'arte di Costan-
tin Meunier (1831-1905) e di Felicien Rops (1833-1898)
manifestarsi in tutta la pienezza della propria forza, senza
alcuna costrizione di sorta.

Della pittura di F. Rops, che insieme a Louis Dubois
(1830-1880) (tav. 39) ebbe così stretti rapporti con l'am-
biente artistico francese dominato da Courbet, non è sem-
plice parlare tentando di scindere quel che nella sua pit-
tura gli appartiene veramente, e quel che la sua facilità
d'illustratore potè prendere dalla contemporanea pittura
francese: Poi de Mont, del resto, nota giustamente la sua
fisionomia tipicamente francese (pag. 85 e segg.), esami-
nando, principalmente, quelle opere di lui che per fattura e
soggetto denotano la stretta parentela con le opere degli
impressionisti francesi. Quanto a Costantin Meunier, di
cui l'autore parla con grande giustezza (pag. 94-98) dobbiamo
lamentare soltanto che il De Mont abbia pubblicato una
sola delle sue opere, e non delle migliori (tav. 42).

La pittura di Emile Claus (pag. 188-98) così chiara e
mattinale, sebbene svalutata in parte dalla insistente tec-
nica divisionista, s'oppone molto bene, per la sua tranquilla
atmosfera campestre, all'arte di Eugen Laermans (pag. 104)
il quale ama tagliare violentemente le sue monotone e grige
scene paesane su paesaggi piatti e paurosi, ricordando,
come un incubo, la grande arte di P. Bruegel.

Con i nomi di J. Ensor (pag. 224-25) per il quale difficil-
mente si condivide l'entusiasmo dell'autore, di Vaes
(tavola 116) e di Servaes (tav. 117-18) contorto e stanco, si
chiude il libro del De Mont il quale, come fu accennato,
riunisce poi gli artisti dal 1830 ai nostri giorni in un ottimo
elenco, di grande utilità per chi voglia rendersi conto delle
varie tendenze dell'arte belga contemporanea.

Valerio Mariani.

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