L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 27.1924

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COLTURA ED ARTE

(Continuazione, vedi fase, di maggio-giugno 1924)

Progredendo il Cinquecento, una novella civiltà si matura nel grembo dell'antica:
gli spiriti hanno il fervore di questo reale che germina, si distingue e si fa universale;
alcuni cominciano anzi ad acquistarne coscienza. Sono gli spregiudicati come Pietro Are-
tino e il Cocai, sono gli artisti dell'anima veneta, sono gli analizzatori dei costumi e degli
istituti dell'uomo, sono i « novi filosofi », odiatori della scolastica, del platonismo e del-
l'aristotelismo, nemici d'ogni pedanteria, liberi ragionatori il cui pensiero tenta di rico-
struire su quello che il riso e l'ironia e lo scherno hanno distrutto come barbarie e
medioevo, o come congerie di morta erudizione, un mondo ch'essi già portano confuso
in sè.

L'Umanista che, a detta del Gentile, raccogliendosi « nello studio e celebrazione
di ciò che è strettamente umano » e superando così il misticismo trascendente e annichi-
latore del medio evo, come l'avevano praticamente superato gli uomini del Comune,
aveva in un certo modo ricondotto Dio in terra, giunse, secondo gli alti concetti del
Pico e del Ficino, a divinizzare l'individuo e a farne il vero centro dell'Universo, poiché
in lui si nobilitano le specie inferiori e trovano espressione suprema le idee della neo-
platonica divinità: cioè si « contraggono tutte le forme del reale » e s'esplica la più pura
potenza di Dio.

Tale « antropocentrismo » s'era via via sviluppato dalla subordinazione celeste e,
mentre accarezzava il novello orgoglio dell'uomo, concedendogli per vie traverse una
sorte di « attività » di fronte alla « passività » prettamente cristiana, cercava di non con-
travvenire ai dogmi della Chiesa, ponendosi come perfetta creazione divina e meglio
così intimamente tarlandoli e dissolvendoli; e aderiva poi con ogni mezzo all'ideale clas-
sico dell'individuo inteso come un chiuso mondo della passione e del pensiero, senza in-
tuirne quel naturale disporsi nell'etica gerarchia della Legge e dello Stato.

L'Arte italiana del Quattrocento, svuotandosi a poco a poco dell'intima religiosità
trecentesca, già tanto drammatica e umana, per quanto trasportasse le passioni in una
lotta eterna di simboli fuori dell'uomo e quasi sovra di esso, non ebbe altra realtà che
questa: adorare ed esaltare l'uomo, il bello individuo, sotto nome e attributi divini,
poiché tale realtà naturalmente s'atteggiava in figure secondo quella visione, sovra tutte
estetica, del mondo. Così nella iconografia delle arti i vecchi attributi mitologici e la sim-
bolistica cristiana, oltre alla etica ideologia paganeggiante, assunsero del pari carattere
« esornativo », quasi a testimoniare la crescente e maravigliosa offerta di tutti i doni di
Dio e della terra al loro figlio e signore.

Appare naturale come questa realtà fàttasi comunale e spicciola dovesse degenerare
nel gusto delle eleganze formali della moda e del figurino, cioè nel mondo senza etica
del Cortigiano di Baldassarre Castiglione e degli A so/ani del Bembo; il mondo del Pe-
trarchismo e del Galateo di Monsignor della Casa. Le corti principesche cresciute al go-
verno del mondo da quel comune spirito furono il naturale ambiente di quest'arte
aulica ed estremamente compiaciuta. L'artista che meglio esprime il momento più ma-
turo di questa civiltà è Raffaello. Ma è pur evidente che, aggiùntavi quella generale
commozione lirica della natura ch'è pretta in Giorgione e l'istinto drammatico che
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