L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 27.1924

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ANDREA BREGNO E LA SUA BOTTEGA

Nel 1464, alla morte di Pio II, un grande turba-
mento agitò gli artisti che erano presso la Corte
papale e cioè tutti gli artisti che vivevano in Roma.
Diciamo tutti: poiché, in quel tempo, i nobili e
ricchi signori della città non amavano circondarsi di
opere belle come gli altri di Ferrara, Urbino, Venezia
o i semplici mercanti di Firenze e di Siena; ancora
rudi e guerrieri, i romani, memori delle lotte che
fino ai primi anni del secolo e poi, ai tempi di papa
Eugenio IV, avevano sconvolto la città, pensavano
a superare i loro rivali per forza e numero d'armati
e per sottigliezza d'inganni, non già per bellezza
d'opere d'arte da loro possedute o legate al loro
nome. Le arti s'erano rifugiate in Vaticano. Quivi
però non spirava per esse un'aria troppo salubre;
infatti, dato il carattere del potere pontificio, i
dignitari del papa, come egli stesso, pensavano più
volentieri ad accumular ricchezze per le loro fa-
miglie, che non ad eternare in opere di bellezza il
nome e la gloria di un regno troppo breve, perchè
legato quasi sempre alla vita vacillante di un
uomo già vecchio.

Ad ogni modo al tempo di Pio II, il quale piut-
tosto che restaurare e ricostruire le cadenti chiese
di Roma pensò di erigere sul colle che lo aveva visto
nascere, una città che dal suo nome si chiamò
Pienza, sappiamo di artisti — ed artisti veri —
chiamati a lavorare nell'urbe i quali poi, alla morte
del Piccolomini ed alla elezione di Paolo II, che
dalla Corte pontificia cacciò financo il Platina, si
sparpagliarono per l'Italia cercando lavoro altrove
ed attendendo tempi migliori, che non tardarono
a venire.

Queste, in poche parole, le condizioni dell'am-
biente artistico a Roma intorno all'anno 1464

* * *

Il 5 luglio 1463 incontriamo, per la prima volta
in Roma, Mino da Fiesole, intento al lavoro del
pulpito della benedizione, fatto erigere da Pio II
innanzi alla basilica di S. Pietro; la quale opera
fu però interrotta alla morte del pontefice Picco-
lomini c, ripresa nel 1469, si trasformò addirittura
in una specie di loggiato che a traverso le stampe

conservate appare, per la sua somiglianza con il
portico che precede la Chiesa di S. Marco, lavoro di
Bernardo Rossellino.

Nel 1464 Mino non è più nella città dei Papi,
egli è tornato alla sua Fiesole per scolpire nella
Cattedrale, che dalla vetta del colle domina Firenze,
quel prodigioso busto del vescovo Salutati che sotto
al sarcofaco sorride con le sottili labbra arcuate
e l'altro di messer Diotisalvi Neroni che reca la
stessa data.

Quella prima permanenza a Roma era stata
troppo breve per influire profondamente sul tem-
peramento di Mino cosi istintivo e così poco fon-
dato nell'arte, tuttavia in quei busti, ove le fisono-
mie appaiono vive nei piani semplificati e netti,
dobbiamo riconoscere due opere, sia pure le uniche,
che il toscano seppe animare dello spirito profonda-
mente veristico dell'arte antica romana. Tornato
Mino a Firenze, la sua arte è ancora incerta, rita-
gliata, preziosa, aggraziata; le sue figure continuano
a rimanere attaccate alle pareti, liscie; e se qualche
santo staccandosi dal fondo di una nicchia prova
a venire innanzi, proporzioni, anatomie, scorci
sono sbagliati.

Quando partì Mino da Roma vi rimaneva il
Dalmata Giovanni da Traù: temperamento op-
posto a quello del toscano. Forte e rude, sbalzava
le figure, violentemente rendeva le stoffe come
fossero cristalli ammonticchiati, agitando nelle
vesti e nelle grandi capellature l'impeto stesso
dei personaggi. Possiamo riconoscere la sua arte
nel tempietto di Vicovaro, nella parte superiore
là dove i Santi Pietro e Paolo presentano alla Ver-
gine due personaggi di casa Orsina. I quattro an-
geli che assistono alla scena ci rammentano Ago-
stino di Duccio e ci fanno pensare al passaggio del
Dalmata a Perugia; essi si chinano con la flessi-
bilità del giunco nel sott'arco a sguancio, mentre
in alto, ai lati, nei due tondi che s'aprono fra l'arco
e il timpano classicheggiante, dove è rappresen-
tata l'Annunciazione, le vesti sono cosi violen
temente scomposte che varcano la mondanatura.
A questo punto dobbiamo notare che mentre una
ricca esuberanza si rivela nello scultore, qualche
incertezza timida è nell'architetto.
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