L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 27.1924

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IL BRAMANTINO

IL CENTRO DELLA VOLTA NELLA STANZA VATICANA
DELLA SEGNATURA - IL CRISTO DI CHIARAVALLE

Nella recensione all'opera del Malaguzzi, La Corte di Ludovico il Moro (L'Arte, it)i6),
Roberto Longhi suggeriva di sostituire al nome di Bramante, supposto autore dell'Argo
dipinto nel castello sforzesco di Milano e dei medaglioni monocromi che ne ornano l'edi-
cola, il nome di Bartolommeo Suardi, detto Bramantino. La geniale attribuzione non fu
accolta; e ancor oggi le bellissime composizioni sono universalmente considerate opera
dell'architetto di Urbino, in base a confronti con gli uomini d'arme di casa Panigarola,
ora nella galleria di Brera. Ma proprio più evidente risulta, da quei confronti, la diffe-
renza di valore tra le due opere, e in particolare tra l'Argo e gli « eroi o bramanteschi a
intiera figura, uno dei quali, tarchiato e muscoloso, meglio si presta al parallelo con la
gigantesca immagine del castello. Le forme larghe e tondeggianti, come imbottite di
stoppa, della figura di casa Panigarola, nessuna affinità presentano col torso bronzeo
che si divincola dai lacci del drappo tesi sul petto turgido come a frenarne la vigorosa
espansione: le gambe, che nell'immagine bramantesca s'inarcano quasi goffamente, i piedi
divaricati, in posa comune e pigra, s'incrociano invece con ferreo vigore nell'eroe mitico
dipinto dal Bramantino; la forma s'innalza di getto, liscia e possente, come statua di
bronzo, da questa spira tenace, suo naturale perno; alla grandiosità appariscente, facile
e materiale degli omenoni bramanteschi, subentra nell'Argo del castello una imponenza
di forme, una energia d'acciaio, una singolarità di stile che subito rivelano Bramantino.

Non solo l'immagine, ma l'architettura ideata a suo complemento rispecchia i più
noti caratteri bramantineschi. Gli eroi di casa Panigarola si presentano in vaste concave
nicchie, cerchiate nel fregio dai raggiati clipei che Donato Bramante pone a diadema degli
archi nella crociera della chiesa di Santa Maria delle Grazie in Milano; il monumento
dell'Argo è composto di prismi marmorei a base rettangolare sorretti da due ammira-
bili mensole e trattenuti, con tenui gradazioni, entro i limiti di un piano verticale.
È, insomma, la mole ripida scoscesa, aliena da ombre, che sempre incontriamo nell'opera
del Suardi, nei fondi delle sue composizioni pittoriche, come nella sola nota creazione
architettonica del maestro lombardo: la cappella Trivulzio a San Nazzaro di Milano.
E con l'architettura s'immedesima la statua dell'eroe, poggiata alla lunga clava che ac-
centua la verticalità della costruzione, alta nella turrita edicola adorna di tondi a rilievo,
di scudi sottili e duttili e dei profili di due pavoni posati con eleganza arcaica sugli orli
di una cornice.

Il dominio della verticale si accentua nel fondo architettonico del medaglione di
maggiori dimensioni: la cattedra, altissima, s'imposta alle pareti di un edificio nude e
ripide, divise per fasci di lesene tipicamente bramantineschi; la sagoma tesa e uncinata del
giovane portanfora, le stoffe acuminate nelle pieghe, gli archi nervosi e sottili delle gambe
nude, la sintetica forma, appuntita e snella come di figuretta assira, trovano parallelo
in un quadro giovanile del pittore lombardo, il Presepe dell'Ambrosiana, nei suonatori
che allietano, stretti sopra una base come un sol gruppo bronzeo, la festa della Natività.

L'Arte. XXVII, 23.
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