L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 27.1924

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UN RIVENDICATO LEONARDO

NELLA GALLERIA PITTI A FIRENZE

In Firenze, sotto il mediocre nome di Ridolfo Ghirlandaio, sostituito dalla critica
moderna al nome di Leonardo, si è celato, per troppo volger d'anni, l'immenso valore
di una pittura degna di prender posto tra le gemme di quel favoloso emporio d'arte che
è la galleria Pitti (fig. i). La nuova tradizione, messe forti radici in quest'ultimo quaran-
tennio, ha avvolto d'ombra l'opera grandissima, oscurando gli sguardi, che la sfioravano
indifferenti. Eppure il volto dell'orafo, che si china pensoso a contemplare il raro gioiello
uscito dalle sue mani, non con sguardo di soddisfatta vanità, ma con lo sguardo pro-
fondo di chi pesa l'opera propria e ne scruta il valore, basta a suggerire a un esame
meno fugace e meno inceppato da prevenzioni, un grande nome: Leonardo.

Volge la sera: le forme si ammorbidiscono; le ombre tra i mobili riflessi disfanno
i grossi lineamenti, macerano le carni imprimendo al volto una profonda sensibilità, al-
largano le orbite dell'occhio assorto e intorbidito; ogni tinta scolora, e il volto, privo di
freschezza, affaticato, assume un'intensità quasi dolorosa di attenzione e di pensiero: ri-
piegato su se stesso, nel silenzio della sera, l'artista scruta alle ultime luci del tramonto
la propria creazione, e l'occhio profondo, il volto emaciato sembrano ancora riflettere il
tormento della ricerca, il dubbio della perfezione, l'incessante al di là dei sogni d'arte di
Leonardo, l'inquietudine sua di creatore. Vi è l'amore dell'artista nello sguardo che segue
la capricciosa forma del gioiello, ma vi è anche il nascosto tormento.

Lo scolorimento delle tinte è tale da dar alla pittura aspetto nionocromo: la manica
marrone caldo, adorna d'una rete di seta nera, non rompe il tono bruno dell'immagine;
l'occhio sanguigno, le labbra morelle, la massa fulva dei capelli si fondono nel tono
bruno del volto: lo sfumato distrugge il colore.

Le mani coperte come di una superficie di guanto fine sono tipiche di Leonardo; le
dita s'ombreggiano a vicenda, lasciando dalle aperture sfuggir i bagliori del tramonto; i
capelli sono di vera seta, gonfi, eppur segnati a uno a uno, librati al soffio dell'aria: la
gemma preziosa grigio argento, contorta anch'essa al suo apice dalle nervose dita di Leo-
nardo, spicca sul nero della veste con effetto raro; la rete nera che involge le maniche
varia lo spessore della propria trama, seguendo il movimento delle grandi pieghe.

Il paese ha sofferto, specialmente a sinistra, ma l'arco del ponte, le case tramate a
fili di luce, il crocchio di figurine sedute, riso di luci gemmee; l'albero stellato dai rami
tesi come quelli della palma nell'Adorazione de' Magi; i profili delle figure minuscole
abbracciati da una rapida curva come nella Vergine dell' Annunciazione al Louvre,
tutto rivela che il rarissimo quadro, condannato finora a così umile vita nella galleria
splendida d'illustri nomi, è opera creata da Leonardo nel periodo stesso del capolavoro
suo di Firenze: YAdorazione de' Ma<^i.

# # *

Di ritorno da un lungo viaggio in Irlanda, nella Gran Bretagna, in Francia, alla
ricerca di tanti pezzi di patria lontani, mi apparve, visione compensatrice delle fatiche
durate, il ritratto dell'Orafo di Leonardo da Vinci. L'evidenza misconosciuta da Gio-

l'Arte. XXVII, 25.
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