L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 27.1924

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GIAQUINTO E LA PITTURA BAROCCA TARDA A ROMA

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Certo non sempre il Benefial si distaccò tanto
dal secentismo, ma basta un'opera veramente
significativa per manifestare tutta una tendenza
artistica.

Notiamo insomma in queste pitture, che sono
precedenti di quelle neoclassiche, un evidente
studio del soggetto della rappresentazione, non
più pretesto per una libera composizione di forme
e di colori, ma elemento essenziale, e talvolta pre-
ponderante, delle opere, anche a scapito di quella
immediatezza pittorica necessaria ai veri artisti,
e con qualcosa di voluto e di pensato che va oltre
la felice libertà dei barocchi, ma che è pur sempre
un tentativo di rinnovamento. S'inizia in un certo
modo quel fenomeno moderno che è stato definito
influsso della letteratura sui pittori e che ha pro-
dotto per l'arte le dannose conseguenze che tutti
sanno: esempio tipico quello del Dorè, che ha fatto
pensare ad un astratto valore illustrativo dei suoi
disegni.1

Naturalmente non pochi sono i contatti tra il
movimento che ho detto accademico e quello del
marattismo, benché non possa dirsi che in questo
effettivamente si manifesti la necessità di un qual-
siasi rinnovamento.

Posti così alcuni punti di orientamento, mi
sembra di poter senz'altro passare a far delle
considerazioni sulla corrente pittorica del tardo
barocco a Roma nella prima metà del Settecento.
Per far cosa completa dovrei, naturalmente,
esaminare per disteso l'opera di tutti gli artisti
di quel movimento; ma non intendo far qui tale
studio, dirò solo dei suoi aspetti caratteristici.

Non solo: invece di parlare per sommi capi di
molti artisti, credo sia lecito esaminare, anche nei
particolari, l'opera dell'artista che a Roma meglio
rappresentò tutto il movimento pittorico dell'ul-
timo barocco, ne fu concreta individuale attività.

Questi fu Corrado Giaquinto, nel tempo in cui
il Piazzetta e il Tiepolo trionfavano a Venezia,
il De Mura e il Bonito a Napoli. Egli ci appare
veramente un magnifico pittore, tanta è l'inten-
sità della sua arte, di fronte ai professorali acca-
demici, come di fronte a tanti stanchi e manierati
continuatori del barocco, e tanto più possiamo
apprezzarlo nell'ambiente romano. E non si tratta
di qualche opera rimastaci in Roma per fortunata
combinazione (come, ad esempio, la tela di Seba-
stiano Ricci nel soffitto della sacrestia dei SS. Apo-
stoli), ma di tutto un periodo di ricca attività di
quell'artista che affrescò molte chiese romane,2

1 Cfr. L. Venturi, La pura visibilità e l'estetica moderna
(L'Esame, febbraio 1923).

2 Giaquinto dipinse pure nel palazzo Borghese. Ridoltìno
Venuti, nella sua opera postuma intitolata Accurata e suc-

dipinse in Roma quadri e pale inviati anche
fuori.1

L'invasione di pittura napoletana, che costitui-
sce il fenomeno più interessante del tardo barocco
in Roma, trova nel Giaquinto, ben più che nel Conca
il suo uomo rappresentativo, per quello che tale
tendenza artistica aveva in lui di attivo e di vi-
vace. La pittura barocca napoletana, che preceden-
temente non aveva lasciato in Roma se non scarse
opere, tra le quali primeggia la bellissima tela del
Martirio di S. Gennaro, allo Spirito Santo dei Napo-
letani, una delle cose più importanti di Luca Gior-
dano, venne ad affermarsi particolarmente in Roma
con l'opera del Giaquinto e vediamo così rifluire
una corrente al cui nascere il Seicento romano
aveva grandemente contribuito, specie con la pit-
tura sensuosa e decorativa di Pietro da Cortona.

Com'è noto, il Giaquinto venne a Roma venti-
quattrenne nel 1723,2 donde poco dopo si recò a
Torino a decorarvi palazzi e chiese per ritornarne
dopo breve soggiorno (che fu certo per lui assai
importante, in quanto nell'ambiente torinese ve-
neti e napoletani venivano in contatto tra loro
c col Settecento francese) e trattenersi in Roma,
quasi costantemente, fino al 1753, quando partì
per la Spagna, ove compì grandi opere decorative
a Madrid ed in altre città, fu direttore dell'Acca-
demia di S. Fernando ed ebbe numerosi scolari.

Non è questo il momento di considerare l'edu-
cazione pittorica napoletana del Giaquinto, che i
biografi dicono scolaro di Niccolò Maria Rossi
e del Solimena; vi si potrà tornare facendo una mo-
nografia completa sul nostro artista. Il Giaquinto,
venuto a Roma, si mise con Sebastiano Conca,

cinta descrizione topografica e istorica di Roma moderna
(Roma, 1766), scrive, parlando di quel palazzo: «Nel terzo
piano... i due appartamenti de' Principi cadetti... » con
una « ...galleria ornata di cristalli e oro con quadri al muro
fatti a posta, rappresentanti paesi, di Monsieur Vernet fran-
cese, che sono la più bella opera che abbia fatto questo ce-
lebre pittore; la volta è stata dipinta da Corrado Jaquintio »
e « ...il gabinetto ripieno di rarissima porcellana e specchi»
con « ...la volta dipinta dal sopraddetto Currado ». Nulla
resta di queste pitture.

1 Si sa che Giaquinto nel periodo romano dipinse, tra
l'altro, il quadro del trasporto delle reliquie dei SS. Euti-
chele ed Acuzio, posto nel duomo di Napoli, quello della
Nascita della Vergine, nel duomo di Pisa (se ne conserva
un bellissimo bozzetto nel museo di Palermo), la pala del
profeta Elia e la Madonna, nella Chiesa del Carmine a
Torino e quella dell'Assunta, nel duomo di Rocca di Papa:
in quel tempo si recò a Cesena per affrescare la cupola del
Duomo ed a Macerata per decorrere il palazzo Bonaccorsi.

2 Cfr. Thieme-Becker, AHgcmeincs Lexikon dcr bildenden
Kùnstler (sotto: Giaquinto). Importante saggio biografico
e bibliografico, al quale si dovrebbero tuttavia fare ag-
giunte.
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