L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 27.1924

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VITTORIO MOSCHINI

tanto da passare per suo scolaro. Sul Conca oc-
corre che mi spieghi.

Benché pittore di educazione secentista il Conca
subì assai l'influsso dell'ambiente romano a ten-
denze accademiche, tanto da non riconoscersi quasi
in lui lo scolaro del Solimena. Appunto perciò
egli ebbe in Roma una scuola tra le più numerose
ed il suo colore fu ripreso persino da molti pittori
del primo neoclassicismo. Anche senza credere
alla lettera che Sebastiano Conca, venuto a Roma,
sia stato per cinque anni senza dipingere, tutto
preso dagli studi del disegno, finché il Le Gros
non lo spinse a riprendere i pennelli,1 certo è che
egli, sia pure di per sé propenso a fare della pittura
diversa da quella della scuola solimenesca, dovette
assai sentire l'aria del nuovo ambiente, come ci
provano la compassatezza di talune sue composi-
zioni, il senso degli sfumati di certe sue opere,
non troppo diverso da quello dei neocorreggeschi,
alcune caratteristiche ricerche di bella grazia
nell'atteggiamento delle figure, come in taluni an-
geli che fanno quasi presentire i neoclassici geni.

È ben vero che il Conca si dette talvolta libera-
mente alla sua vena di decoratore e di colorista,
facendo pitture che s'illuminano di biondi aloni
di colore, seriche nelle delicatezze di certe chiarità
da Settecento napoletano, come vediamo nelle
più belle opere romane di quell'artista, gli affre-
schi in S. Clemente,2 in S. Cecilia ed alla Madda-
lena; ma se il Conca si ricollega talora ai decoratori
napoletani in quanto a ricerca di colore e di sceno-
grafia, la sua pittura non è mai dipinta con quella
sensuosa pienezza di grassa pennellata quale
avremmo potuto aspettare da uno scolaro del So-
limena, non ha la succosità e l'immediatezza pit-
torica proprie dei veri napoletani. Questo ci spiega
perchè quel grande riquadro che egli dipinse nel
soffitto di S. Chiara a Napoli non può non darci
impressione di freddezza, visto nell'ambiente pitto-
rico napoletano.

Perciò non possiamo dire senz'altro il Giaquinto
scolaro del Conca; egli ne avrà derivato alcuni
tipi di figure, alcuni espedienti di sceneggiatura,
ma il suo linguaggio pittorico tanto si distanzia da
quello del Conca quanto egli fece sua la corposità
di pennellata del migliore Solimena, pur dipingendo
con maggior brio di luci, grondanti su le figure,

1 Cfr. biografia del Conca, in Memorie per le Belle Arti, II
(aprile 1786), p. 81 e segg.

2 L'affresco in S. Clemente, che rappresenta il santo che
fa miracolosamente scaturire una sorgente d'acqua, è stato
erroneamente dato dalle guide al Grecolini, ma è chiara-
mente del Conca ed, a conferma dell'osservazione di ogni
occhio ben avvezzo, può ricordarsi che il Pio e il De Dominici
parlano di questa pittura come del Conca.

splendide negli orli delle pennellate cariche e pre-
gne di colore, dando segno di aver moltissimo ap-
preso dalle opere di Luca Giordano alla cui ma-
niera la sua a volte strettamente si riconnette,
assai più che non a quella solimenesca.

Anche l'intonazione coloristica del Giaquinto
si distingue fortemente da quella del Conca; la
sua sapienza negli accordi lo allontana quasi
sempre da quegli stridori che il Conca non seppe
quasi mai evitare. Non vediamo in lui quei con-
trasti di note metalliche troppo gridanti, ma tutto
diviene magicamente morbido e pastoso: la fiori-
tura del colore, che non ha mai quel chè di zucche-
rino e di falso tanto comune ai contemporanei
romani, è tutta giocondità di tinte, soave e gustosa.

Se dunque il Giaquinto tanto si distanzia dal
Conca nell'intimo senso pittorico, nella maniera
di pennellare e di intonare, la sua educazione do-
vrebbe, se mai, essere studiata in rapporto a tutto
l'ambiente napoletano e il confronto delle sue opere
con quelle del Conca non potrebbe servire se non
a farci meglio determinare il suo fare caratteri-
stico ed a farci comprendere come egli e non già
il Conca sia il pittore rappresentativo dell'ultimo
barocco a Roma.

Ciò posto, mi pare di poter passare senz'altro a
parlare delle maggiori opere romane del Giaquinto.

È logico cominciare dalla decorazione di S. Ni-
cola dei Lorenesi e non solo perchè, cronologica-
mente, si tratta del primo grande lavoro del pu-
gliese a Roma: 1 anche la maniera pittorica di
quella decorazione ci mostra la sua anteriorità
di fronte alle altre opere romane. Purtroppo gran
parte delle pitture di S. Nicola dei Lorenesi può
dirsi perduta, data la cattiva conservazione, e
specie i pennacchi, dei quali pertanto qui non
parlo.

Cominciamo dalla decorazione della navata,
(fig. 1) Nel centro del soffitto è rappresentato S. Ni-

1 Nell'Archivio degli Stabilimenti Francesi in Roma, a
S. Luigi de' Francesi, si conserva il contratto stipulato il
21 giugno 1732 tra Corrado Giaquinto e il sig. Don Do-
menico Fabri, quale rappresentante della Congregazione
di S. Nicola dei Lorenesi. Mediante tale contratto Gia-
quinto si obbligava a « ...proseguire e senza alcuna inter-
missione di tempo continuare e finire di dipingere la Tri-
buna Cuppola et Angoli di d. V. Chiesa e cosi dipingendo isto-
riare tutta la volta di d. chiesa con ornati, e similmente
ogni altra parte superiore dal cornicione in su di d. chiesa,
di modo che non comparisca in alcuna parte il muro senza
pittura istoriata ovvero ornati in conformità del pensiero
da esso sig. Corrado fatto e presentato... ». Tali pitture,
secondo lo stesso contratto, avrebbero dovuto essergli pa-
gate 500 scudi (Arch. cit., armadio VI, pacco 257, car-
tella 17).
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