L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 27.1924

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VITTORIO MOSCHINI

modernissima, specie per quell'ardita impostazione
del corpo esangue di Cristo.

11 consueto vivace senso dell'intonazione no-
tiamo nei pennacchi, nei quali a volte il colore si
disfà nelle sue mutazioni e sul palpito azzurro
degli sfondi si accendono note di rosa, verdi te-
neri, rossi rubino. Così in quel mirabile gruppo
della Carità dipinto con tanto brio e freschezza
di colore, con tocchi intensi svanenti nella nebbiosa
atmosfera, nella quale le figure appaiono nei loro
sintetici aspetti.

Nonostante che le notizie storiche nulla ci di-
cano, possiamo esser certi che il Giaquinto dipinse
anche lo sfondo del quadro dell'aitar maggiore
che rappresenta l'apparizione della Vergine a

Il quadro'di S. Antonio abate, che il Giaquinto
dipinse per la seconda cappella a sinistra della
stessa chiesa, non può esser da noi troppo a lungo
considerato: esso rappresenta un momento di
stanchezza nell'arte di quel pittore. È facile sì e
decorativo, ma d'arte in esso non ve n'è che ben
poca! Nulla in fondo di più freddo di quel santo che
si distende in posa di traverso, ed anche lo sfondo
pittoresco, in cui appare quel bell'angelo, non può
non riuscire vacuo perchè dipinto con ben scarso ca-
lore. Dato che qui considero gli aspetti significativi
dell'opera del maestro non posso indugiarmi oltre.

Dalle pitture di S. Giovanni Calibita si passa a
quelle di S. Croce in Gerusalemme, avvertendosi

S. Giovanni di Dio, opera di Andrea Gennaroli.
Basta considerare la durezza delle figure in primo
piano, la mancanza in esse di ogni senso del colore,
per comprendere che non potrà essere stato il
Gennaroli a dipingere lo sfondo così ricco e arioso,
condotto con spigliatezza mirabile. Bensì tutto
in esso è giaquintesco. Su le azzurre nuvole, che
si illuminano d'oro verso il basso, sta disteso un
grande angelo, che ricorda quelli del pugliese,
vestito d'una tunica violacea che lascia scoperto
il petto carnoso, sul quale bianchi drappi gron-
dano di luce. Sono del Giaquinto l'intonazione e la
pennellata: quell'invadere un colore ampie zone
colorando tutte le figure in esse comprese è un
suo consueto espediente e le due testine di cheru-
bini, violacee come la veste dell'angelo, richia-
mano il gruppo degli angeletti recanti a volo
una cesta di pani, dipinto nel soffitto di questa
stessa chiesa e tutto d'una stessa materia bronzea
che s'illumina d'oro.

un notevole mutamento di stile, una nuova ri-
cerca di grandiosità nell'effetto, un nuovo accordo
di colori intensi messi in vivace risalto.

Però, avanti di esaminare le pitture di S. Croce
in Gerusalemme, ritengo opportuno indugiarmi
su quella pala dell'aitar maggiore della chiesa
della SS. Trinità in via dei Condotti, che stilistica-
mente appartiene al periodo di quelle pitture.

La disposizione della scena nella pala della chiesa
dei Trinitari ricorda la maniera compositiva dello
affresco del soffitto di S. Giovanni Calibita. In bas-
so vediamo un grande angelo ammantato di rosso,
che tiene la catena di uno schiavo che, ignudo, sta
seduto di traverso su di una scalea e invoca in pre-
ghiera il cielo, percuotendosi il petto con gesto de-
voto. Nella parte superiore è rappresentata la
SS. Trinità: il Padre e il Figlio posti quasi a fianco
l'uno dell'altro, su di uno stesso piano, lo Spirito
Santo, sotto forma di colomba, che irradia un
biondo bagliore al disopra del loro capo.
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