L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 27.1924

Page: 140
DOI issue: DOI article: DOI Page: Citation link: 
https://digi.ub.uni-heidelberg.de/diglit/arte1924/0166
License: Free access  - all rights reserved Use / Order
0.5
1 cm
facsimile
140

ADOLFO VENTURI

cielo ove le nuvole sembrano variegature di marmo prezioso; o le tormentate rupi che
incombono sopra lo statuario gruppo dell' Adorazione de' Magi nella Galleria degli Uffizi
a Firenze; o ancora le schegge appuntate dall'aspra roccia, con impeto trionfale, dietro la
Madonna della stessa Galleria, e le curve della strada e delle tonde colline; non troverete
in alcuno di questi grandi e complessi scenari la suprema regolarità di spazi, la limpidezza
di luci, la profondità d'orizzonte che, nel Transito della Vergine, rivelano l'affinità di
Giambellino con Piero.

E in tutta l'opera la nitida successione di spazi riquadrati: la stanza dei funebri,
il letto di Maria circoscritto dai triplici gruppi degli Apostoli, il paese incorniciato
dai pilastri che forman stipite alla finestra, come la stanza dalla fuga dei pilastri late-
rali, intona un ritmo più semplice e misurato di quello del Mantegna: per un alto grado
si sale dal piano sfuggente del pavimento, libero sino al letto della Vergine, al piano
rasato di acque, che ha limite netto e lontano nella linea d'argento dell'orizzonte.
Nessuna opera del Mantegna, lottatore in cerca di difficoltà di scorci, di complessità di
elementi, ci presenta una costruzione di piani così cristallina e semplice. L'aggruppamento
delle figure risponde alla dolcezza serena del ritmo che scandisce gli spazi della stanza e
del mare; le schiere d'Apostoli, disposte secondo i modelli del Mantegna in San Zeno,
accompagnano la fuga dei pilastri; e i due che fiancheggiano Pietro leggente l'orazione
funebre si stringono come ali al vegliardo: la voce poderosa del Mantegna ispiratore si
smorza in piana soavità d'accenti nell'opera bilanciata e calma del discepolo veneziano,
li sono, sì, mantegneschi i volti, ma non più di quanto ci appaiano nella primitiva Trasfi-
gurazione del Museo Correr, è, sì, mantegnesco, approssimativamente, lo scorcio dell'Api -
stolo turiferario, ma le proporzioni non sono quelle statuarie del Mantegna, e i gesti ri-
flettono profonda belliniana tenerezza; basti vedere la mano dell'apostolo a destra di Pietro,
che sembra tradurre, sospesa e tremula, il pensiero scolpito sul volto chino, fisso al volto
della Vergine « dunque, proprio, la nostra Madre è spenta? ». Simili note sono partico-
lari, in terra veneta, al mite Giambellino, non all'eroica anima del Mantegna, e solo
nell'arte belliniana potremmo trovare un riscontro alla gentilezza della testa di Giovanni
che s'inchina pallida sotto il fiorito casco di cincinni, quale vediamo nell'apostolo Gio-
vanni della Trasfigurazione, e in una figura tra i quattro Santi del disegno nella colle-
zione del Duca di Devonshire, già riconosciuto dal Richter come opera di Giambellino.
E se tutte le altre figure sono mantegnesche, anche l'Apostolo che canta fanciullesca-
mente a gola spiegata presso il letto della Vergine, una ve n'è.San Pietro, i cui lineamenti
arrotondati e morbidi, le chiome di soffice argento, non troverebbero mai posto fra le
immagini squadrate e scolpite con fermezza dal Mantegna, il cui volto, acceso dall'onda
del sangue, ha il colore vellutato di pesca ben noto a quanti conoscono le Madonne e i
putti primitivi di Giambellino.

Le più dolci note belliniane si ripetono nei colori: il rosa svanito della veste di un
apostolo e della coltre funebre, con ombre purpuree, il rosa gialletto e il bianco niveo
delle formelle, l'argento dei ceri brillante sull'ombra delle immagini, l'oro del secchiello
e dei candelabri, e i verdi e i rossi di velluto s'accordano melodiosamente con la som-
messa tinta bigia dei pilastri, e con la tenera gamma di cilestre svanito, di bigio e di
bianco argento, tramata dalla laguna e dal cielo. Incanto massimo di questa gemma
italiana del Prado, il divino paese lacunare, scolorito dall'agonia della luce, che si ritrae
dalle acque per salir con le nubi nel cielo, è tra le espressioni più delicate e profonde
dell'anima lirica di Giovanni Bellini. Al Prado, ove i paesi di Tiziano stillano oro e fuoco
dai cieli al tramonto, dagli alberi che l'autunno imporpora, e partecipano, animati dai
caldi soffi del vento estivo, all'ardente vita delle figure, il paese di Giambellino, con le
sue linee ferme e semplici, con la trasparenza delle sue luci periate, rappresenta l'alba
purissima del colore veneto.

Adolfo Venturi,
loading ...