L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 27.1924

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ANDREA PREGNO E LA SUA BOTTEGA

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stn> della Minerva, un monumentino funebre in
suo onore con una iscrizione in cui vengono esal-
tate le sue qualità di statuario e di orefice cesel-
latore.1 Nel monumento, scolpito probabilmente
dal Capponi, che fu suo devoto scolaro, vediamo
il busto di Andrea circondato dagli emblemi del-
l'architettura.

Queste le notizie — già tutte vagliate dagli stu-
diosi — intorno alla vita e all'attività del lom-
bardo. Tuttavia, se gli archivi non hanno vo-
luto rivelarci altri documenti intorno ad Andrea,
la stima con cui fu circondato in vita dagli artisti
contemporanei che venivano a Roma è sicura
testimonianza della considerazione in cui fu tenuta
la sua arte. Così Giovanni Santi, visitando la
città Eterna s'entusiasmò tanto delle opere di An-
drea Milanese, che nella sua cronaca rimata non
disdegnò paragonarne l'arte a quella di Andrea
del Verrocchio. Pietro Perugino, dipingendo l'af-
fresco della « Consegna delle Chiavi » nella Sistina,
raffigurò tra i personaggi più importanti della Corte
papale anche Andrea Bregno: contando da destra
è il terzo; tiene tra le mani gli emblemi dell'archi-
tettura e si volge a conversare con un altro perso-
naggio già identificato per Baccio Pontelli costrut-
tore della cappella sacra. Se noi teniamo sott'oc-
chio il busto della Minerva scolpito dopo la morte
di Andrea (avvenuta a 85 anni), nel suddetto per-
sonaggio possiamo facilmente riconoscere il lom-
bardo; chiuso nella sua semplice veste scura, au-
stero e dignitoso, ha gli stessi lineamenti caratte-
ristici, forti e decisi, lo stesso sguardo tagliente.

Se il Pontelli fu l'edificatore delle gagliarde pa-
reti della Sistina, sotto la direzione del milanese, la
costruzione era stata ritmila ed ultimata con l'ese-
cuzione da parte della sua bottega delle transenne
e della cantoria. Era quindi giusto che accanto a
quella dell'edificatore della cappella sacra venisse
immortalata anche l'effigie del suo apparatore.

Ma il Milanese non fu soltanto scultore, orefice e
architetto, egli fu un amatore di cose belle, uno dei
primi raccoglitori di statue antiche: il « prospettivo
milanese » in quella sua strana e fantastica descri-
zione rimata di Roma (scritta intorno al 1500),
dopo aver accennato ai due colossi che sono sulla
vetta del Quirinale dice:

Poscia in casa dun certo M astrandrea
Vè un nudo corpo senza braze collo
Che mai visto no ho miglior diprea.

1 Non sappiamo dunque con certezza quale sia la data
della morte del milanese. 1 ssa si aggira tra il 1501 e il
1506; ad ogni 11,odo dalla iscrizione della sua tomba si
dedure che egli lasciò questa vita nell'età di 85 anni.
Ecco perchè sopra abbiamo detto chela sua nascita av-
venne tra il 1416 ed il 1421.

Evidentemente si tratta della casa del Bregno
(abitava appunto, come s'è detto, alle falde del
colle Quirinale detto anche « Montecavallo ») che,
da buon umanista, raccoglieva frammenti di statue
antiche.

* * *

Educato a quella scuola di artefici lombardi che
dov eva dare a Venezia la gloria di Antonio Rizzo,
Andrea discese a Roma a traverso la Toscana e
l'Umbria, poiché la sua opera è una fusione di ele-
menti tradizionali veneto-lombardi con elementi
umbro-toscani e romani. Nella sua permanenza a
Roma egli poi cercò, a volte, di dare una nuova
ampiezza classica alla sua arte, pur non dimenti-
cando in certe affinature, nella ricerca costante
dello sfumato, in un certo senso d'armonia tutto
suo caratteristico, la maniera di Lombardia.

Ma il suo fare rimase sempre un poco incerto
poiché, desiderando di coglier sempre ciò che a lui
sembi a va essere la parte migliore delle opere altrui,
non si avvide che spesso una maniera esclude l'al-
tra. Così a volte si irrobustisce divenendo roccioso
per l'influenza di Giovanni Dalmata, altre volte
imita la grazia di Mino da Fiesole; e mentre gli
artisti lombardi che numerosi affluivano alla bot-
tega da lui guidata lo richiamavano continuamente
alle forme tradizionali della sua terra, il ricordo di
Andrea del Verrocchio, che seppe pur esser grave e
corretto nel tormentato lavorio delle pieghe, lo fa
essere minuzioso e metallico come un orafo.

Così, mentre uscivano dalla sua bottega floridis-
sima marmi, ben lisciati e politi se non perfetti,
ad apparare le chiese, il Vaticano ed i palazzi della
Roma di Paolo II, Sisto IV, Innocenzo Vili, Ales-
sandro VI, Pio III; l'arte del Bregno, rimanendo
sospesa tra una tendenza e l'altra, sbocca nella
grande marea del cinquecento.

Ma non più arte; l'arte veramente sua, quella
del monumento Albert, del monumento Coca, del
monumento a Raffaele Riario, tutta grazia ed ar-
monia, misura ed equilibrio, sfiorisce lentamente;
le commissioni divenute numerosissime gli impe-
discono di creare veramente e, chiamato a rifinire
non solo ma anche ad eseguire disegni architetto-
nici, egli è distratto dal suo vero lavoro.

Da queste considerazioni credo si riconosca
evidentissima la necessità di distinguere l'attività
del maestro da quella degli scolari, degli aiuti e
degli imitatori; e se di costoro raramente cono-
sciamo il nome, cercheremo ugualmente di rag-
grupparli per caratteristiche stilistiche; quindi
volgeremo lo sguardo ad alcune costruzioni ro-
mane dell'ultimo 400 e tenteremo di riconoscere
lino a qual punto il lombardo possa avervi portato
il contributo della sua arte.
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