L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 7.1904

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MISCELLANEA

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l’iscrizione che vi è apposta. L’iscrizione, che così
suona :

t XPS PER MORTEM DE MORTE RESUSCITAT ORBEM,

confrontata con quella della badia di Pomposa (a. 1115)
mostra caratteri simili, non uno proprio delle epigrafi
longobardiche; onde lo Stiehl conchiude che il Semper
cadde in errore, e che nell’edificio non v’è traccia di
sorta, anteriore alla sua consacrazione del 1184. Ep-
pure nella chiesa stessa vi sono alcuni frammenti di
un pulpito, che bastano a anticipare d’alquanto la data
della riedificazione, a avvicinarla piuttosto a quella
dell’iscrizione della Pomposa.

Sono tre frammenti d’un pulpito, che insieme con-
giunti dovettero formare la faccia anteriore di un am-
bone (i tre simboli evangelici del leone, dell’aquila e
del toro alato); e altri due frammenti, che un tempo
dovettero essere disposti nelle facce laterali, cioè l’an-
gelo, quarto simbolo evangelico, e una figura pensosa,
forse di Adamo dolente. Confrontati questi rilievi con
quelli di Niccolò scultore, che lavorò con Wiligelmo
a Modena, Nonantola, Piacenza, San Benedetto di
Polirone, Ferrara, Verona, possiamo classificarli nello
stesso gruppo. Vi è in essi lo stesso rotondeggiare
del segno, e le stesse facce larghe delle figure, pieghe
e fascio tra le gambe, contorni delle vestimenta cur-
vilinei, propri della maniera del maestro Niccolò. Allo
scultore che con Wiligelmo rappresentò il rifiorire del-
l’arte nelle cattedrali emiliane, al tempo della gran
Contessa, può così connettersi un’opera della catte-
drale di Carpi, della quale oggi non rimane che una
breve sezione ricca però di affreschi degni d’attenzione
e di studio.

A. Venturi.

Serafino Serafini, pittore modenese del se-
colo XIV. — Esagerava, non v’ha dubbio, il Vedriani,
quando di Serafino Serafini scriveva essere il « nome
glorioso sino a’ giorni nostri »; ma certamente arrecava
utilità non piccola agli studiosi d’arte registrando que-
sto pittore del Trecento nella sua Raccolta de’pittori,
scultori et architetti modanesi più celebri.1 2 Se non vera-
mente glorioso, ben degno tuttavia di seria conside-
razione si presenta anche ora codesto nostro vetustis-
simo artista a chi non si appaghi alla conoscenza pura
e semplice dei sommi, ma procuri, per meglio com-
prendere questi ultimi, di studiare la numerosa e inte-
ressante legione degl’ignoti o quasi ignoti che hanno
aperta, per così dire, la via ai maggiori. Mezzo in ve-
rità utilissimo questo per istituire confronti, per meglio
comprendere il bello, per evitare errori e per regolare
quei difficili e oltremodo delicati giudizi estetici, ai

1 Semper, Schulze, Barth, Carpi ein Fiirstensitz der Renais-
sance, Dresden, 1882 ; vedi anche Sammarini, L'antica pieve di
Carpi, Carpi, 1888.

2 Modena, Soliani, 1662, pag. 21.

quali è sempre tratta la nostra mente dinanzi a qual-
siasi opera d’arte. Non dunque l’apprezzamento del
Vedriani, ma un ordine ben diverso di concetti ha
indotto noi a far oggetto di modeste ricerche codesto
pittore modenese del secolo xiv. Accanto a un artista
di riconosciuto valore, qual fu Tommaso Barisini,1
giova allo storico dell’ arte raggruppare tutta la pic-
cola schiera di pittori fioriti in Modena nel Trecento,
che ebbero in gran parte comuni i fini e gl’intendi-
menti con Tommaso e che contribuirono seco a lui a
diffondere i primi raggi dell’arte pittorica nella nostra
città e a schiudervi nuovi fiori di bellezza. Così ideal-
mente radunati, i nostri artisti del secolo xiv paiono
quasi illuminarsi a vicenda permettendoci di formulare
un più equo e misurato giudizio dell’opera loro e for-
nendo quasi le ragioni di essa. Non meno conosciuti
di Tommaso, sebbene meno apprezzati, sono Barnaba
da Modena, che nella sua città natale addestrò la mente
e la mano a comporre alcune opere di notevolissima
importanza, delle quali abbiamo altrove discorso,1 e
Serafino Serafini, che non ancora ha richiamato l’at-
tenzione degli studiosi. Ne registrò, forse per primo,
il nome nel secolo xvn Marc’Antonio Guarini, che
scrisse nella sua illustrazione della chiesa di San Do-
menico: « Eraui anche l’antica capella della famiglia
de’ Petrati, situata ou’hora si ritroua quella del San-
tissimo Rosario, istoriata con molto artificio, per mano
di Serafino pittor celebre modenese, nella quale ui si
leggeuano li seguenti versi:

Mille trecento, con septanta trei,

Erano corso gl’ anni del Signore,

E’1 quarto entraua quando al so’ honore
Questa capella al so’ ben fin minei
Et io che tutta en si la storiei
Fui Serafin de Mutina pintore,

E frate Aldourandino Inquisitore
L’ordine diede et io lo sequitei,

E far la fece, sapia ogn’un per certo,

La Donna di Francesco de Lamberto. 3

Questa è la lezione del Guarini, da cui desunse la
scritta il Vedriani con due inesattezze, una delle quali
fu ragione di errore ad altri storici posteriori. Intanto
il Vedriani stampò che i soprariferiti versi « si leg-
gono » nella cappella dei Petrati, mentre il Guarini ha

1 Rimandiamo alla nostra monografia: Tommaso da Modena,
pittore modenese del secolo XIV, in Atti e meni, della Dep. di St.
patria di Modena (S. iv).

2 Rassegna d’arte, agosto 1903.

3 M. A. Guarini, Compendio historico dell'origine, ecc., delle
chiese di Ferrara, Ferrara, 1612. Questi versi trovansi anche ripro-
dotti in F. L. PUllè, Testi antichi modenesi, in Scelta di curiosità
letterarie, disp. CCXLII (Bologna, Romagnoli dall’Acqua, 1891,
pag. 5). Il Pullè ha tratto questi versi da un codice del secolo xvm
della estense contenente molti componimenti di poeti modenesi
(a. M. 7, 38) e afferma di averli pur veduti in una miscellanea di
poesie italiane di antichi autori modenesi, di proprietà del mar-
chese Cesare Campori. Invano noi ricercammo codesta miscellanea
tra i codici del march. C. Camporsi in possesso ora del benemerito
figlio march. Matteo.
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