L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 27.1924

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RECENSIONI

dati di fatto tratti da testi orientali, alla serie araba. Questi
tessuti, che operai speciali producevano per uso personale
del sultano e degli alti dignitari di Corte, venivano poi of-
ferti come doni dagli ambasciatori diplomatici e cosi si
spiega la loro diffusione nei diversi paesi. La serie araba
inoltre diversifica completamente dalla serie spagnola, i
cui esemplari, d'ispirazione asiatica e specialmente mesopo-
tamica, sono ben più numerosi, in Ispagna, dei rari esem-
plari ispirati all'arte africana. La tecnica, sopra tutto, di
questi tessuti di lino, di canapa, di lana e di velo, ci attesta
che il loro centro produttore era l'Egitto. Questo primo
gruppo, che va dal secolo IX all'xi e prende il nome dal tes-
suto di Ixem II, si può considerare una continuazione del-
l'antico periodo copto-bizantino.

Un secondo gruppo, pure derivato dall'arte copta, com-
prende i tessuti trovati nelle necropoli arabe dell'Egitto
sparsi nei musei e nelle collezioni d'Europa. Essi presentano
relazioni strettissime di tecnica e di disegno con i'tessuti
della serie precedente.

Anche qui l'A. combatte il parere del Cox (che li fa opera
di una razza nomade saracena, che mette capo annual-
mente alla Mecca) considerandoli invece semplicemente
un'altra continuazione della serie copta, attraverso il periodo
mussulmano in Egitto, dal secolo xi al xu.

Il terzo gruppo comprende, tra l'altro, i frammenti del
camice dell'Abate Biure. Siamo nel secolo xu. E questo il
momento del massimo splendore per l'industria tessile.

L'arte egiziana, trasmigrata in Ispagna, s'arricchisce di
motivi lussuosi e fantastici di larga influenza asiatica e più
specialmente persiana. Strette relazioni però legano sempre
questi tessuti alle due serie precedenti. Sicché, concludendo,
gli ornamenti del camice dell'Abate Biure sono d'origine
egiziana e la loro data oscilla tra i secoli xu e xm. Non di-
mentichiamo nemmeno qui la primitiva arte copta.

Se l'aspetto è diverso, la tecnica rimane immutata e si
continua l'uso dei fili d'oro e di seta multicolore per dare
ricchezza e splendore ai tessuti, uso prettamente egiziano
come risulta dai documenti d'Egitto, messi in luce dagli
studiosi di questo ramo dell'arte.

Tutto quindi c'induce a credere che il prezioso tessuto del
camice dell'abate Biure sia opera egiziana.

Il fatto che esso si trovi in Catalogna non ci deve in alcun
modo sorprendere. Tutti i documenti catalani che trattano
delle relazioni commerciali e marittime con l'Oriente nel
medioevo, parlano spesso dei « draps d'Alexandria». Questi
tessuti convenivano ad Alessandria, centro commerciale e
non produttore, da tutti i paesi dell'India e della Persia, e
da 11 si esportavano in Europa. Il nome quindi di « draps
d'Alexandria » e troppo generino per precisare da solo una
diretta origine egiziana, ma si può molto facilmente ammet-
tere che, tra questi tessuti detti d'Alessandria, ve ne (os-
sero anche di veramente egiziani.

E tra quelli pervenuti in Catalogna poniamo anche il
tessuto che ornava il camice famoso.

Nel suo accurato e diligente studio il Eolch i Torres
giunge a delle conclusioni importanti. Egli ha cosi determi-

nato l'epoca e la provenienza del tessuto in questione,
ricostruendo nella sua integrità c illustrando nei suoi più
minuti particolari, un prezioso esemplare d'indumento me-
dioevale.

Questo breve lavoro, fondato sopra accurate ricerche
storiche, riesce di grande interesse a quanti si occupano
di questo importantissimo ramo delle arti minori.

Anna Maria Od hi.

J. Cì aiìbeiì. Wiskungen der Frùhchristlichen Gemàldczyklen
del Alien Peters und Pauls Basilihen in Rom. Berlin,
1918.

L'opera del Garber, che rientra nella serie degli studi
critici sull'arte medioevale romana cosi numerosi in questi
ultimi anni, si propone, come dice il titolo, di esaminare
particolarmente le decorazioni pittoriche delle due massime
basiliche romane e d'identificarne l'influenza esercitata su
tutta la pittura medioevale.

Lavoro, come si vede subito, circoscritto; di modeste
proporzioni e di non grande importanza, che passa molto
in seconda linea di fronte alle recenti monumentali opere
del Wilpert e del Van Marie. Il libro si divide in due parti.
La prima, più estesa, s'intitola / cicli pittorici delle due
chiese e la loro influenza sulla pittura monumentale italiana
del medioevo. La seconda, più interessante per le conclu-
sioni a cui giunge, studia La loro influenza su Pietro Caval-
lini.

Nella prima parte, suddivisa in otto capitoli, l'autore
rileva subito la grande importanza che ha per il suo studio
il Codice Barberiniano Lateranense 4406, che racchiude
la serie completa delle copie eseguite nel 1634 sugli originali
allora esistenti, dei dipinti di S. Paolo in Roma. Di questo
codice il primo a occuparsi fu il Miintz — Revuc de l'Art
chrétien, 1898 — che ne pubblicò nove disegni. Il Venturi
nella sua Storia delVArte Italiana, voi. V, p. 132, ne ri-
produsse altri otto, mettendoli a riscontro con i dipinti
della chiesa superiore di S. Francesco in Assisi e facendone
rilevare le evidentissime somiglianze. Il Garber si propone
qui di completare definitivamente la conoscenza del pre-
zioso documento. Vedremo in seguito come questa lodevole
intenzione dell'autore rimanga soltanto un'intenzione. Sin
dalle prime pagine del libro si rivela quello che è il pensiero
dominante dell'autore, di convincerci cioè che i dipinti
di S. Paolo risalgono al v secolo e precisamente al papato
di Leone I.

A conferma di questa ipotesi egli porta due documenti:
il Liber Pontificalis (ed. Duchesne, I, p. 239) e la Lettera
di papa Adriano I a Carloma^nn (Mon. Germ. Epist., Tomo V,
P- 50).

Il Liber Pontificalis, a proposito di Leone I dice « Hic
(basilicam) beati Pauli post ignem divinum renovavit », e
la lettera di Adriano dice cosi: « Et ipse (Leo I) fecit Ec-
clesias, quas in musivo et diversis historiis seu imaginibus
pingens decoravit. Magis autem in basilica beati Pauli
Apostoli arcum ibidem faciens et musivo depingens Salva-
torem D. N. Jesum Christum seu viginti quatuor seniores
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