L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 27.1924

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GIAQUINTO E LA PITTURA BAROCCA TARDA A ROMA

ni

teologali (fig. 3). Si tratta di figure piuttosto super-
ficiali di forme, adagiate su nuvole che sono ba-
tuffoli di bambagia. Ma la chiara luminosità, la
vivacità ricca del colore ci dicono che fu proprio
il nostro artista a dipingere quelle tre festose
giovinette. Un color biondo diffuso splende nel-
l'aria, calde tinte s'accendono nei rossi panneggi
della Carità, nel drappo giallo della Speranza.

Vien fatto di ripensare alle Virtù che il Lanfranco
dipinse nella voli a della cappella maggiore in
S. Carlo ai Catinari, che, benché ritagliate sullo
sfondo del cielo turchino e sulla piatta stesa delle
nubi, sono così spaziose nei corpi e nei panneggi,

guerrieri che fanno omaggio al santo (fig. 4). Tanta
è l'intensità, la ricchezza d'immediato pennellare
di questo bozzetto saturo di lampi di luce e di
colore, che non possiamo non richiamarlo alla me-
moria. Facile e suggestiva è la composizione di
quella scena in cui, attorno alla enfatica fiugra
del santo, benedicente con gesto che gli sgrana
le dita nel fulgore della luce, si viene a formare
uno spazio circolare, dalle figure sul terreno in
primo piano alla maestosa architettura del tempio,
allo sfondo del paese nel quale sorgono grandi
alberi fronzuti e si vede un poggiolo con delle
case. Incontro al santo si avanzano ccn lenla ca-

vivaci di colore. Questo dico non per notare una
derivazione vera e propria, ma bensì per tener
sempre presenti quali sono le origini di tutta una
coirente pittorica alla quale anche il Giaquinto
appartiene.

Delle grandi tele del presbiterio, opere forse
un poco posteriori al resto, una è stata sostituita
modernamente da una copia oleografica, l'altra
è assai guasta ed in tale ubicazione che, per la
luce, non si può esaminare quanto sarebbe neces-
sario.

Di queste tele, che rappresentano anch'esse fatti
della vita di S. Nicola, sono noti alcuni bozzetti
dei quali assai belli quelli di proprietà del sig. San-
tamaria, che vedemmo alla mostra di palazzo
Pitti. Anche la pinacoteca di Napoli conserva un
freschissimo bozzetto dell'originale che tuttora
si conserva in S. Nicola dei Lorenesi, con alcuni

denza i guerrieri, sotto la luce che balena sulle
vesti splendenti come se di raso, sui corpi dipinti
a tocchi pieni e vivaci. Questa luce, questo colore,
questo briosissimo pennellare, sono tutto il senso
della pittura, una delle più vivaci e succose del
nostro artista.

Dopo S. Nicola dei Lorenesi, ove il Giaquinto
appare non ancora padrone dell'arte sua, è la
volta della cappella Ruffo in S. Lorenzo in Da-
maso, una delle più fiorite opere romano del Gia-
quinto.

Mentre il Conca provvide all'esecuzione della
pala dell'altare, opera quante altre mai debole
e faticosa (tanto da far ritenere cosa certa la colla-
borazione di aiuti), il Giaquinto dipinse il soffitto
e i pennacchi (fig. 5), facendo sfoggio dei colori più
galanti e festosi.
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