L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 27.1924

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GIAQUINTO E LA PITTURA BAROCCA TARDA A ROMA

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e profila il corpo magro, ossuto, sullo sfondo di
cupe boscaglie sulle quali guizza il nastro rosso
della folgore nel turchino profondo del temporale.

La sinuosità dei contorni, la preziosità delle
tinte hanno molto di rococò. Predomina l'effetto
decorativo, impostato specie nel colore in cui do-
minano note chiare, si notano accostamenti di
gialli e di violacei resi con nuovo senso (si pensi
al valore negativo che ha tale accordo nel maggior
numero dei manieristi accademici); di rosso mat-
tone e celeste cenerognolo, di verdi e gialli, chiari
e luminosi.

Nei pennacchi il Giaquinto dipinse figure alle-
goriche che mostrano, oltre che un chiaro influsso

militar padiglione campeggia sulla bianca nuvola
che si profila con l'arabesco del suo contorno sul
cupo turchino del cielo.

Nel terzo pennacchio vediamo la Temperanza (?):
una pastora dalle carni di latte e miele che ha ai
suoi piedi un vaso di maiolica di azzurrina lucen-
tezza. Sta presso di lei un cavallo carico di mer-
canzie: un paese montano si scorge all'orizzonte.
È questa tra le parti più fresche di questa decora-
zione: il colore è accordato mirabilmente, tutto
è dipinto con facilità e con grazia.

Nell'ultimo pennacchio è dipinta una spigola-
trice (vuol rappresentare forse l'Umiltà) che, in-
ginocchiata, sta raccogliendo le spighe in un biondo

Lig. 5- — C. Giaquinto : Apparizione dell'Eterno, Virtìt.
Roma, S. Lorenzo in Damaso. (Fot. Sansaini).

solimenesco, richiami frequenti alla pittura pasto-
rale del tempo, specie francese. I! significato alle-
gorico sparisce tanto, in queste figure, da intendersi
appena: si tratta esclusivamente di preziose im-
bellettate pastorellerie.

Ecco la Mansuetudine, bionda fanciulla vezzosa
in vesti di raso, che tiene nel grembo un giovine
capro ed ha nella sinistra un bastone da pastora.
Nello sfondo si delinea un presepe con figure di
animali. Il colore è qui tutto: si disfanno le note
più preziose echeggiando l'una nell'altra. Domi-
nano gli azzurri riflessati di viola: in questo campo
risplende la nota rossa del drappo che avvolge
il latteo braccio della pastora.

In un altro pennacchio è dipinta la Fortezza,
fanciulla dalla veste aurea adorna di piastre di
metallo, dal manto azzurro, coronata dell'elmo
guerriero. Tiene con la destra lo scettro, appoggia
la sinistra allo scudo, tondo disco di acciaio lu-
cente. Presso la donna v'è un amorino vezzoso
e ricciuto, dalle bianche alucce. Nello sfondo un

campo di grano, presso una cupa boscaglia: pan-
neggi serici le cingono la vita, la camiciola scom-
posta lascia vedere il seno e le braccia tonde e
carnose. Qui il colore è più opaco, meno ricco e
festoso, ma l'opera è assai fine.

Dalla maniera rococò delle pitture della cappella
Ruffo passiamo a maggiore ampiezza e solennità
di gruppi e di figure con quelle di S. Giovanni
Calibita.

Nel soffitto della chiesa dei Fate Bene Fratelli,
il Giaquinto rappresentò, in un grande affresco
che domina la navata, la gloria di S. Giovanni di
Dio assunto al cielo (fig. 6). L'insieme è diviso in
due scene che strettamente si collegano nell'unità
coloristica, nel tono caldo diffuso nell'atmosfera
aurata. In basso vediamo la rappresentazione di
una pestilenza, con i religiosi dell'ordine dei Fate
Bene Fratelli che assistono i colpiti dal morbo.
Un frate porge una ciotola ad uno degli appe-
stati, mentre prende farmachi da un vassoio che

L'Arte. XXVII, 15.
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