L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 27.1924

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SERGIO ORTOLANI

trecentesche e degli ideologismi neo-platonici in cui s'è tuttavia scaltrito l'arguto genio
caratterizzatore dei suoi avi. Così egli può nell'esperienza veder concreto e razionalizzato il
simbolo e l'idea; così nei suoi frammenti, notando un atto, una espressione, un fenomeno,
un fatto, descrivendo un volto o un carattere figurativo, impadronendosi di una « ana-
logia » — ed è qui che più spesso si dimostra la sua curiosa indagine dei parallelismi
fra le cose umane e le naturali —, più che imprimere al suo dire quella genuinità propria
all'intuizione dell'artista, accentua e schematizza, cifra e raggela, dimostrando la ten-
denza fiorentina che dallo psicologismo più acuto, ricchezza dei suoi uomini politici e
dei suoi frescanti fisionomizzatori, tende ad ischeletrirsi nella formula esatta, perno ad
una legge generale.

È il genio particolaristico del Guicciardini: individuare oggetto per oggetto, singo-
larizzare l'episodio e proporlo, come nella sua prosa tutta nervo il Segretario Fioren-
tino, « per vertices », non già descritto, ma intimamente motivato come causa ed effetto.
Se noi ci rifacciamo alla visione geometrica del reale, peculiare al quattrocento toscano
e personificata in Piero della Francesca, ove inizialmente s'era manifestata questa sin-
golare posizione scientificizzante dello spirito; se consideriamo il costruirsi dei caratteri
salienti, quasi spigoli energetici, entro una massa esatta e semplice, come dai Pollaiolo via
via vedemmo attuarsi nel Signorelli, troveremo il naturale filo che ci guida non già al
manierismo in genere, pelago di mediocri con tutte le facce della mediocrità d'ogni tipo,
specchio dell'avvilimento e del comune vuoto degli spiriti nella metà seconda del Cin-
quecento, meglio ancor che nella prima, ma all'arte del Bronzino da una parte, del Pon-
torimo, del Rosso e del Beccafumi dall'altra: gli ultimi artisti della antica favella toscana.
F comprenderemo a che si debba quella tutta accentata statuarietà dei maravigliosi
ritratti del primo, semplificatore stupendo, che sa ridurre una forma umana ad una ro-
tondità astratta e nello stesso tempo ricavarne volta a volta come spigolo, guizzo, ricciolo
inciso e puro, quei due tre caratteri essenziali che ti dan l'uomo e quell'uomo. E intui-
remo per quale gioco, appena segnato nelle prime opere come intreccio di affusate e
marmoree nudità tubolari, sì da darti un armonioso groviglio degno della serpentina
chioma di Medusa, venga il Pontormo a quello sfaccettio di piani sempre meno esatti e
recisi ove gli sbattimenti hanno il loro gioco astratto e prismatico.

F la invincibile tendenza della metrica costruzione pierfrancescana a moltiplicare
l'incrocio e le commessure dei piani prospettici, per aderire più che è possibile alla nuova
realtà colorita e sensuale, franta dal gioco della luce e del colore veneziano. Ed ecco le
ricerche di trasversalità, con cui si cerca rendere la profondità dello spazio, dello scorcio
sfuggente, del panneggio piazzato: ecco il molteplice scindersi, secondo mille incidenze
calcolate e strane, della soda mossa plastica chiaroscurale, eredità giottesca e masaccesca;
ecco, via via che gli spigoli s'attenuano e il colore cerca di sfocare per un intimo bisogno
d'atmosfera e di sfumato, le poliedriche facce mutarsi nel Rosso in macchie demarginate
e labbreggianti; e queste colar via dilavate sulle supertìci, perduta ogni consistenza e con-
torno, nelle bizzarre « visioni » del Beccafumi. Ultimo termine di questa grande tradizione
disegnativa e formale, il Pontormo, nei suoi disegni meglio che nei quadri, s'accosterà al
Correggio per quel bisogno di colore che gli fa scorciar grasso, romper la linea nel bian-
core espanso della carta o caricarla di senso e di interna modulazione con ispessimenti
caldi e assottigliamenti abbagliati... ormai il colore s'imponeva come la sola favella dell'arte!

Rimane ai toscani la critica: Vasari ne è il maestro! Il Manierismo toscano-romano,
in quanto erede di Raffaello e di Michelangelo, è una vera e propria critica in atto, o
meglio una scienza della pittura, fondata sovra una serie di precetti in cui s'era formula-
rizzata l'eredità psicologistica e simbolistica fiorentina e si rendevano astratte categorie
gli elementi stessi dell'arte.

Il pittore aretino non dipinse diverso da come categorizzò circa l'arte altrui. Egli
è un « cólto » anzi, un « erudito » della pittura; e tali, se più eclettici e meno vicini al Bue-
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