L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 27.1924

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COLTURA ED ARTE

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narroti, son tutti gli altri: Giulio Romano o Pierin del Vaga, c i nomi che illustrano
il sorgere delle Accademie, dal Tibaldi ai Caracci, dagli Zuccari al Cèsari, via via fino
alla metà del xvn secolo. Essi non operano già per intuizione ma compongono formule
svuotate di sentimento, con maggiore o minore felicità, secondo che sono più o meno ricchi
di espedienti e di motivi. Ognuno di costoro ha un catalogo nel cervello: c'è il suo bravo
scorcio di Michelangelo, il panneggio di Raffaello, l'angioletto del Correggio e cento mila
cose: ingredienti della sua « ricetta », ove domina la merce di tale o tal altro, riconosciuto
maestro primo. E la ricetta è semplice: ogni genere ha il suo schema o programma, stabi-
lito dal letterato consigliatore o dalla tradizione iconografica o dal tipo della pittura
stessa (grottesca, chiaroscuro, ritratto, etc); ogni atto ha un preciso significato prescritto
come corrispondente a quella età, a quel sesso, a quell'ambiente, a quel grado, a quella
passione; ogni colore ha quella attribuzione corrispondente allo schematizzato disporsi
dei pieni e dei vuoti: le tinte vivaci nei campi più prossimi ed ampli, le scure nel
fondo per dare risalto; e un po' di « sbattimenti » di « cangianti » per muovere grade-
volmente la macchina. La scienza pittorica è completa. E la fondazione delle Accademie
ne è il logico corollario, dacché la scienza vi si insegna. Che rimane all'arte? La grade-
volezza decorativa, il fasto dell'apparato, la scenicità più o meno ampia e complessa,
come un gioco difficile di grande inscenatore d'opera a còri. Ma se, intimamente, non le
resta dunque che la pura «sensualità» come elemento vivo che apparenta così i freschi im-
mensi di Pierin del Vaga o di Polidoro Caldara ai teloni di Palma il giovane e dell'Aliense
o di Andrea Vicentino e quindi al residuo di tutta la grande scuola veneta; ognuno os-
serva alla prima come l'aspetto ne sia volutamente austero e spesso cupo, specie rispetto
al gioco smagliante dei toni tizianeschi. Vi entra infatti non compreso, se pure strenua-
mente imitato come maniera, il mondo arso e rubesto di Michelangelo Buonarroti. Miche-
langelo non superò in alcun modo la tradizionale realtà; ma il suo violento desiderio e
sforzo d'ottenere tale liberazione, lo strazio del suo spirito di fuoruscito dal suo tempo,
possono farcelo pensare come un preannunziatore della indomita energia romantica. Ciò
non è vero; pure qualcosa, ch'è la sua vera ricchezza e la ragione di tanto disperato scrollo,
lo fa così diverso dai contemporanei e in certo modo vicino al Machiavelli: la presenza
d'una realtà tutta etica e commossa. Legato, quale artista, dalle catene della tradizione,
egli non poteva varcarla, cieco com'era di ogni critica (vèdasi ad es. il noto giudizio dato
della pittura veneziana: «arte da donne e da persone agiate ed infingarde»), ma ne sentiva
potentemente le strettoie. E più si sentiva solo, solo con la sua ira terribile di uomo pro-
fondamente morale, davanti alla dissoluzione d'ogni legge e d'ogni costume; veramente
religioso, più che dei dogmi chiesastici d'una cristianità quasi elementare e terrestre, da-
vanti al cader d'ogni fede; cittadino intero, secondo quel machiavelico senso della « virtù
civile e romana » che fu segreta molla al suo operare, davanti al disgregarsi delle coscienze
civiche e alla caduta della patria. Egli, nobile, aveva un senso tutto umano e contadi-
nesco della società. Come il Machiavelli usava all'osteria con il mugnaio e i fornaciari,
giocare a picca e a tric, trac « e., nascono molte contese e mille dispetti di parole ingiu-
riose, e... si combatte per un quattrino, e siamo sentiti... gridare da San Casciano», e ciò
quasi per « sfogare la malignità di questa sua sorte » che gli mostra inutili gli ammaestra-
menti civili e lo costringe a dilettare i prelati con la sanguim ; z ingiuria della Mandra-
gora; così il Buonarroti sente del rustico, per spregio di quella rammollita civiltà di li-
bertini e di cortigiani. Arte da donne chiama la veneta pittura che gli sembra indulgere
alla sensualità di questi oziosi, e si ritrae nel suo « disegno » come in una autoctona pro-
prietà del suo paese di monte, sperando sfogarvi l'ira che nelle sue lettere rompe in
volgari imprecazioni e in apostrofi appassionatamente villane. C'è in lui lo sdegno del
Bruno, contro i «regolisti della poesia»; i «pedantacci de' tempi nostri», contro quella scar-
petta, quella pianella, quella vedova finestra, quell'eclissato sole, quel martello, quello
schifo, quel puzzo, quel sepolcro... » E son con lui l'Aretino, come il Campanella e tutti

L'Arte. XXVII, 20.
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