L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 27.1924

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PER SANDRO BOTTICELLI

gnore italiano rivendicò alla patria, trasportandola da Parigi a Torino, splende nella rac-
colta ricca di quadri rari, dei quali si pubblicherà, in quest'anno, il catalogo illustrato.

La Venere, dal piedistallo marmoreo, sul fondo unito bruno, s'innalza in lente onde
di vela appena mossa da un alito di vento, come dal nicchio candido sullo sfondo verde
pallido di acque, celeste pallido di cielo, nel grande quadro agli Uffizi. Lievi le diffe-
renze di posa, ma più abbandonata, nel quadro Gualino, al soffio della brezza l'affusata
forma, più cadenzati gli archi del contorno nell'onda del passo lieve. Le chiome, grevi e
lucenti, che il vento scioglie e schiocca dal capo della dea marina nel quadro Uffizi, qui,
strette in dense trecce o snodate dal vento, compongono al sognante volto una ideale
cornice di serpentelli e di fiamme soffiate dall'aria verso l'ombra del fondo; completano,
con due guizzi improvvisi, il ritmo della forma. La destra, che nel quadro Uffizi sfiora il
seno ignudo, qui trattiene i lembi di un velo, l'ornamento più sottile che il pittore abbia
tratto dai costumi del suo mondo di fate per abbigliarne quest'immagine mossa dall'aria e
dal sogno: trama di sottigliezza fantastica, velo di rugiada alle carni argentine, alle chiome
fluenti. E mentre nella Venere galleggiante sul mare il braccio sfiora e cela in parte il
fianco, qui, sospeso in più lieve arco, svela tutta la eleganza del contorno ondato. In
ogni particolare, la forma, delineata sulla trama antica, rivela, all'occhio di chi la con-
fronti con l'immagine di Poesia cullata dal ritmo del mare sulla conca lucente, una più
sottile, studiata eleganza: ripreso il tema, il pittore corregge, affina i dettagli dell'opera
antecedente: basti vedere l'ideale grazia di quell'arco sospeso del braccio, ponte sottile
all'onda del fianco. Non meno studiata la fantastica acconciatura perchè accentui col
guizzo delle sue brevi fiammelle l'incanto del volto, delle spioventi spalle che le chiome
raccolte in trecce lasciano apparire nel delicato declivio; ogni particolare della posa e
dell'abbigliamento svela e pone in risalto i contorni di quest'imagine ideale di eleganza
botticelliana: le due trecce, libere ai capi, infioccano l'orlo riquadrato del velo; le ciocche
della capigliatura, che scendevan superbe come fasci d'alghe marine o covoni d'oro lungo
il braccio della Venere Uffizi, più rade e ondate, accentuano, col flutto leggiero nel-
l'ombra, la linea preziosa del braccio. Il confronto dei particolari tra le due Veneri, la
correzione che risulta evidente da esso nel secondo esemplare, di per sè indicherebbero
la data di questo, più tarda, se non bastasse a rivelarla la maggiore rigidezza e sotti-
gliezza del contorno, sempre più affilato quanto più l'arte del Botticelli inoltra nel tempo.
Sul fondo scuro unito, velluto d'ombra, la forma risalta nei contorni incisi a fil di rasoio,
lineati da un solco tenue e trasparente, da un luminoso orlo di cristallo.

La copia della rara opera, nel museo di Berlino a lungo onorata del nome di
Botticelli, che la critica recente ha per fortuna cancellato, è cosa poverissima e tarda,
forse di mediocre scolaro di Piero di Cosimo: massiccia, come di stucco, con grossi linea-
menti, trecce tirate sul petto a nascondere lo sgraziato attacco della spalla al braccio,
essa non vale se non ad accentuare, per forza di contrasti, l'incanto della forma sottile
e pieghevole, che, nel quadro torinese, s'innalza, con grazia di virgulto, dal semplice piano di
base. La dura immagine torce a fatica le membra restìe ad ogni movimento, per ripetere
dall'originale le cadenze di cigno della testa inchina, del torso ondato; la fluente curva
del fianco diviene un arco di cerchio; le trecce, ritorte come giunchi, guizzanti come fiamme
sul collo e sul petto della Venere torinese, cadono, a Berlino, in simmetria sgraziata,
con peso di grossi cordoni: il virgulto, sensibile ai fiotti leni dell'aria, si trasforma in ceppo
a stento intagliato. Inutile insistere, dunque, nel paragone tra la Venere (inalino e la Ve-
nere del Museo Federigo, fatica di pittore incapace di intendere il suono delicato della
lirica botticelliana.

Non, intorno all'immagine del quadro Gualino, la pioggia di rose che celebra il trionfo
della bellezza di Venere nascente, nella Galleria degli Uffizi, non vitree luci frementi dal
mare attorno alla dea, non guizzanti contorni di ali, di stoffe, di snelle immagini: lo
sfondo uniforme, la semplice base di pietra, lasciano ai nostri occhi godere soltanto, nel
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