L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 27.1924

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COLTURA ED ARTE

(Continuazione e fine, vedi numero precedente)

La Controriforma — questo vittorioso crescere delle forze cattoliche agli argini del
Nord — ebbe presto ragione dell'altro vivace moto degli spiriti, che metteva capo alla
Scuola Meridionale. Era essa, meglio che di filosofi, una schiera di sperimentatori, eredi
della scienza di fisici, astronomi, medici e alchimisti, adombrata dalle vaste nebbie astro-
logiche e magiche; ma, liberandosi via via da quello schietto quanto fantastioso natura-
lismo, alcuni tentarono di rendere entità alla vaga idea di questa Natura; e in costoro la
tradizione umanistica dell'argomentare dottrinario e simbologico e delle estetistiche re-
toriche, s'incontrò, senza poterne diventare concreta e naturale forma, con quella sorta
di favoloso realismo del pensiero. Dico favoloso realismo per chi intenda quanto realistico
fosse, confronto alle astratte costruzioni teologistiche o neo-platoniche, questo mondo della
natura che ai nuovi-filosofi si presentava come l'unico possibile oggetto della conoscenza
umana, dato che in essi attingeva un barlume di coscienza quel sentimento dell'essere
primamente espresso dai veneti pittori: favolosa poi questa natura indelimitata dal pen-
siero e quasi pregna della realtà romantica che, come da un germe, doveva coi secoli cre-
scerne ed esorbitare. Avvenne così che la conquista razionale della nuova realtà mosse
in costoro « eroico furore » d'invasamenti e l'acceso discorso della poesia, riconducendoci
ad un'èra dello spirito per così dire mitica, se si ripensa alla circospetta e misurata costru-
zione galileiana. Non è più quella sua Natura sperimentabile per fenomeni e componibile in
sistema: organismo concreto come una vera geometria del reale, in cui le forze e le direzioni
vengono espresse da cifre; concezione simmetrica e statica nella quale tutti gli elementi
del pensiero mantengono, secondo la più aulica delle retoriche classiche, le loro figure di
relazione in un equilibrio quasi disumano; ma è un caos drammaticamente scosso da
contradittorì impulsi, dove l'intuizione novissima s'isola staccata dalla frusta testura tra-
dizionale dei concetti: dove, però, appunto per questo, improvvisi urti e slanci gittano
verso il tempo avvenire ben più oltre che le calcolate previsioni galileiane. La forza di
Galileo è nella sottilità del suo umanesimo che come un lucido rasoio taglia e profila e deli-
mita la novella natura: però la priva, la scarna del suo umano. Questa « umanitade », ben
più grezza e ardente, si raccolse invece nello spirito dei nuovi filosofi e se, soverchiando
le loro possibilità costruttive, dilagò spesso inconcreta in simboli e in visioni, oggi ancora
da quelle ci tocca e ci riscalda. Leonardo anticipatore è presente: l'Aretino e i fieri avver-
satori del pedantismo in nome del principio individualistico, si ritrovano interi nel reali-
stico linguaggio di tanto Giordano Bruno che ricompera la volgarità degli sbertucciatori e
degli « stracchi del Rinascimento » con le ragioni d'una « umanitade » rinnovata e reazio-
naria; oltre che nel sentimento del cosmo che si fa ambiente e partecipe dell'azione umana,
sì che nella contemplazione di esso lo spirito riconosce se stesso animatore e infinito.

li la potente cristianizzazione che su questa realtà mituralistica tentò d'operare il
monaco calabrese, interiorizzandola con un senso di universale dramma di eterni opposti,
fra cui sale, con perenne conquista, l'individuo « del basso mondo... Dio secondo », tocca
e illumina i vertici dell'arte del Tintoretto. L'uomo che fa sua la natura col suo senno,
giunto alla visione di Dio, maraviglia e atterrisce mirando come ogni elemento del cosmo
ha immagine e motivazione umana e, nel mescersi in altro, o scindersene, e nell'urto e
m ila fusione continua dei contrari, muòvesi come l'attore d'una tragedia ridotta sempre
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