L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 27.1924

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SERGIO ORTOLANI

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Il Barocco non esaurì, per felicità nostra, l'arte del sei e settecento: e tanto meno
lo schietto Accademismo col suo filone neo-correggesco. Anzi i due fiumi in cui più fortu-
natamente s'incanalò la pittura di quei due secoli furono il caravaggismo e il venetismo
vero e proprio, sebbene variamente temperato o inquinato dalle altre correnti. Quest'arte
tipica del secento e appena qua e là apparente nel XVIII secolo, è tornata oggi in grande
grazia presso critici e amatori; ma non direi che, fuor che la ricerca d'opere e d'artisti, si
sia indugiato più profondo studio intorno ad essa. Noi cercheremo dunque di cavarne qual-
che idea centrale. Già dissi che è da cogliere uno dei punti risolutivi per la comprensione
di quest'arte nel fenomeno di quel palese trapasso che avviene a Venezia fra una iconografia
tradizionale sacra o profana e la libera creazione del soggetto, in quelle pitture che, in un
primo tempo furono dette poesie, quasi fantasticherie individuali, finché quel soggetto non
parve che un motivo arbitrario e senza allusioni allegoriche di sorta; e poi, pel loro volgersi
a rappresentare scene della vita spicciola, furono genericamente qualificate alla fiamminga.
Ma prima d'entrare sul vivo è preliminare necessità intendersi su tale soggetto: cosa sia e
che parte abbia o pretenda nell'opera d'arte.

Diciamo subito che per noi l'arte non è un diverso modo di conoscenza, ma un ef-
fetto a cui ogni nostra opera — in quanto azione — tende, come alla sua realizzazione
suprema.

Infatti — escludendo quella serie di impulsi e di bisogni generali e quasi meccanici
a cui come animale è soggetto ogni uomo e che si creano il loro preliminare linguaggio
tutto pratico d'intesa umana — l'uomo esiste in quanto tale perchè ha il sentimento della vita
(che lo fa essere in potenza), sentimento che cerca anch'esso un linguaggio per esprimersi,
cioè per essere realmente, in una serie di azioni-espressioni. Ne viene anzitutto che questi
stessi linguaggi primitivi utilitari e quasi impersonali prendono senso e carattere, perdono
l'anonimo, emanano come creazione spontanea e singolare dell'individuo che se li è adeguati;
infine, che si creano veri nuovi linguaggi più propriamente artistici, la cui necessità
promana da un più alto senso dell'utile e del bene individuo e sociale. Da ciò nasce che
anche il linguaggio più povero dell'azione pratica — i modi, il portamento — è suscet-
tibile d'una perfezione e d'un colore di personalità che toccano — come loro arte —
il caratteristico e l'aristocratico (inteso nel suo miglior senso); e che il linguaggio parlato

0 scritto giunge ad essere tutto rinvivito nell'arte, ogni volta che riusciamo a trasporre

1 suoi termini dal grado di quella utilità elementare e di quella generica natura al grado
d'una utilità superiore e d'una singolare individualità, di cui finiscano per sembrare la
genuina creazione. I linguaggi della pittura, della scultura, della musica, (per l'architet-
tura vale lo stesso discorso che per la lingua) ci son dunque esemplari perchè unicamente
artistici.

Ora questa utilità superiore cos'è mai se non il bene e il diletto che ci viene dalla rag-
giunta armonia, cioè dalla totale e composta soluzione dei moventi nel fatto: quel fatto
in cui troviamo l'unica prova del nostro esistere e la misura fra noi e gli altri e fra ciò che
ignoriamo e ciò che siamo ? Tale compiuta espressione noi chiamiamo Bellezza; e Sentimento
del Bello non è se non l'aspirazione costante degli uomini ed esaurire perfettamente nel-
l'azione ciò che in potenza essi portano in sè. Bene e piacere s'è detto, e insieme neces-
sità e dovere di esprimere tutti noi stessi e non solo la parte più grezza e bruta; di rappre-
sentare e comunicare altrui ciò che è insieme più intimo e più alto, perchè si toglie sovra
la materiale abitudine del convivere impersonale. Questo mondo individuale e interiore,
altrimenti incomunicabile (se la filosofia non riesce nemmeno ad acquistarne piena coscienza,
poiché il pensiero logico non giunge a riconoscere che le grandi leggi del nostro sentire e ope-
rare) ben può dirsi l'oscuro vertice a cui s'appuntano le più estreme possibilità nostre
di conoscere e d'operare; e vi ritroviamo la cagione sia della insostituibile unicità delle
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