L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 27.1924

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COLTURA ED ARTE

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che ritrovava la suprema idea di se stessa in quello che ormai essa era dopo secoli di
travagli e di guerre. E anche le sacre tele di Tiziano, anche i conviti del Veronese
rispecchiarono questo comunal senso dei pittori veneti, che oltrepassavano le personalità
e i caratteri, il tipico e l'aneddotico, per attingere come ideale visione un mondo a cui,
per essere, bastavano soltanto il colore e la luce. Sicché, per loro mezzo, anche l'icono-
grafia sacra e profana si scorporò di significati extra pittorici; mentre quel distacco da
ogni caratteristico e umano, si da bagnare in un'aria di suprema irrealtà e. poesia, li
teneva in effetto lontani da quel naturalismo che a torto rinfacciarono loro il Vasari e
i centomila accademici d'ogni paese. È certo tuttavia che nel naturalismo era il pericolo;
ed è evidente che un passo innanzi verso di esso lo fece il Bassano. Che qui non debba
vedersi influsso fiammingo è falso. Chi ricorda la cuoca di Pieter Aertsen a Genova, da-
tata 1550, può dire senz'altro che il tema di queste scene domestiche e contadinesche
non è nostro che in parte; o che almeno abbiamo collaborato coi popoli del Nord. Questo
ci porta il discorso intorno al soggetto dei fiamminghi, intendendo come cosa ovvia che
tale soggetto è per noi composizione di simboli più elementari in uno complesso e di
questi in uno conclusivo e definitivo ch'è l'opera stessa: simbolo del movimento, dell'equi-
brio, del reciproco assestamento, della qualità e quantità dei moltiplici elementi emotivi
(concettuali e culturali) che appunto nell'opera con quei mezzi espressivi sono simbo-
leggiati: la storia dei quali — come Storia della coltura o del gusto — a noi si propone
quale vera e propria Storia dell'arte e Critica insieme, cioè esame di quali e quanti e come
essi si risolvano nelle opere e quali rappresentazioni del reale vi effigino: realtà che dalle
più povere e sensualistiche vanno a quella d'un Dante o d'un Goethe o d'un Leopardi:
immense visioni del mondo dello spirito umano.

Se si è parlato di verismo, naturalismo e perfino fotografismo, a dritto o a torto che
sia, siamo certi che il discorso può riportarsi ai fiamminghi come ai principali colpe\oli.
Già Michelangelo li accusava di dipingere « propriamente per ingannare la vista esteriore »
e il Vasari varie volte, sebbene non riprovativamente, insiste su quelle loro minuzie e
sottigliezze e contraffazioni di tutte le cose della natura. Sappiamo inoltre dal Michiel
che i » ponentini » erano ricercati e amatissimi a Venezia. Nel resto d'Italia è nota la loro
presenza nel Meridionale; a Firenze con l'influsso deleterio del Van del Goes sul Ghir-
landaio e prossimi; noto anche è il periodo prettamente fiammingo dell'arte d'Antonello da
Messina e il fatto che da essi derivò in Italia — per mezzo di costui o no — la tecnica
ad olio dei Van Eyck. Negare dunque relazioni e contatti, o dimenticarsene, è lavorare
sul falso. Ma realismo, come noi lo intendiamo, attribuendo questo termine a certa nostra
pittura, vuol dire ben altro che verismo e simili.

È vero che realismo è un termine polemico e quindi relativo al suo opposto — sia
idealismo o altro — e se l'uno lo si carica di senso positivo l'altro necessariamente pren-
derà dal negativo; come è vero che in termini stretti non v'è ideale nell'arte che non
sia tutto reale, anzi il solo reale possibile, a prezzo che l'arte diventi non arte; ma questo
starsene in termini astratti non risolve nulla. Infatti c'è un'arte idealistica, come una rea-
listica che le reagisce; e ciò per via che la realtà di cui essa è nutrita è a volta a volta tale
o tal'altra. Ma distinguiamo realismo da verismo; sarà un primo passo per entrare nel
vivo. Verismo ci porta — secondo il comune giudizio — a una concezione dell'arte pura-
mente riproduttiva del reale considerato come obbietto in sè stante e indipendente dal
soggetto riproduttore. L'artista si dimostrerà nella maggiore o minore bravura di trascri-
zione e nella ricerca e comprensione vuoi della espressione psicologica, vuoi della struttura e
sagomatura del suo oggetto, se è paese, stoffa ed altro. In ciò è molto errore, perchè questa
scelta implica un vero e proprio impossessarsi dei propri obbietti, cioè trasformarli in
motivi subbiettivi, mentre la perspicacia del vedere più che un penetrare negli obbietti
medesimi e quasi nella loro natura, consiste nella facoltà di ridurli a un senso e a un ritmo
ch'è solo dell'artista. Verismo allora rimane come termine tutto negativo — quando
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