L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 28.1925

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UN FRAMMENTO DELLA PALA DI DOMENICO VENEZIANO

purezza dei toni locali, e in un maestro che teneva allora a bottega un Piero dei Fran-
ceschi.

E va da sè ch'io non domanderei di meglio per spiegare più a fondo le recondite
intenzioni di Domenico, che di ritrovarmi in un qualche mese dell'anno 1440 sotto il
palco del coro di S. Egidio, a raccogliere senza commenti quanto mi giunga dei conversari,
ora ad un animo, ora discordi, tra Domenico Veneziano e Piero dei Franceschi. Non Me-
scendovi, mi proverò qualche giorno a immaginarli.

Ma per oggi io sento di poter arrischiare che la posizione di Domenico Veneziano di fronte
agli acerrimi stilisti fiorentini suoi contemporanei è quella di un dilettante supremo, l'unico
insomma capace di conservare la propria libertà mentale in momenti difficili anche a
costo della propria postuma reputazione.

Educato probabilmente dapprima alle finezze intime di pittoresca micrografia degli
internazionalisti a cavallo fra i due secoli, egli le tesoreggia nel proprio spirito attento tut-
tavia a quanto scoppi di grande e di imprevisto a quei giorni. E non passa veramente
fatto nuovo nel corso gigantesco dell'arte di quel primo trentennio ch'egli non chiosi con
una intelligenza suprema ma non senza una punta di scetticismo. Soltanto una cosa non

10 tocca ed è l'abilità quasi puramente prammatica dei metodi di Fra' Filippo.

Questo io dico perchè da parecchi anni sono entrato nella convinzione insostituibile
che a Domenico Veneziano e non altri appartenga quell'ammirevole svagato tondo del-
l'Adorazione dei Magi che nel Museo di Berlino porta oggi ancora il nome di scuola del
Pisanello, ma che parecchi, da tempo, ritengono almeno di scuola toscana (fig. 2).

Qui i ricordi del gotico di Gentile, e di Verona e di Venezia nel raccordo puramente
floreale della linea della Vergine con quella del Re ginocchioni e in alcuni profili che
danno un intermedio esatto tra il Pisanello e il Pollajolo. Ma qui anche freschissime sovven-
zioni dei ritrovamenti di Masaccio nel gruppo dei cavalieri alla sinistra. Ed appena è sorto
questo interesse per un chiaroscuro sommario masaccesco, che una nuova volontà adocchia

11 tutto dalla rotonda specula della prospettiva; la quale soltanto — par si dica il pit-
tore — può includere paesi, lontananze, costumi e ogni cosa cui piaccia cadere sotto la
visione salvo l'obbligo singolo di disporsi poi in un certo ordine spaziale: ed ecco infatti
negli ultimi piani facoltà esser data a piccoli ormai granelli d'umanità colorita di proce-
dere da o verso le rive del lago come in una nordica miniatura di Parigi 0 di Bruggia verso
il 1410. Invero, soltanto le intenzioni coltivatissime di Domenico Veneziano — io mi ri-
sparmierò per una volta i piccoli controlli d'amministrazione morelliana — poteva aspi-
rare a un così nobile composto dove i veri microscopici di Fiandra, si disposano ora al
rigirare imperioso dello spazio, ora a piccoli frammenti di plasma masaccesco, ora a no-
stalgie di finezze lineate; addendi, lo concedo, di un totale non riescito, pure tutti ema-
nanti così patentemente dal nobile spirito di un cercatore che si diletti incerto al cro-
cicchio fra vari paradisi artificiali.

Quell'opera non può esser datata dopo il '35 nè prima del '30 da chiunque abbia senso,
anche approssimato, per gli sviluppi interni della pittura fiorentina del '400. Non più di dieci
anni paiono separarla dalla pala degli Uffìzi e dalla tavoletta delle stimmate dove i pro-
blemi di sole trasfigurato dai toni stessi che gli si presentano jacinzi, e berettini, e sme-
raldini, predominano; dove la forma esita fra l'assoggettarsi ai campi sempre più vasti
del sintetismo prospettico (sta per distaccarsi dalla costola di Domenico Piero dei Fran-
ceschi), o alla linea umanizzata di Andrea, ovvero restar libera in una più ricca e mate-
riata apparenza sotto la naturalità luminosa.

Altri dieci o quindici anni ci portano di fronte ai due santi Giovanni Battista e Fran-
cesco a Santa Croce. Siano essi di Domenico Veneziano o non piuttosto di Antonio Pol-
lajolo ancor giovine ci dimostrano che al Veneziano ad ogni modo debbono risa-
lire tutti i succhi intimamente pittorici che ci fanno oggi guardare ai Pollajolo in modo
ben diverso da quello che si era soliti ai tempi in cui era di prammatica per la critica la
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