L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 28.1925

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DI GIAN GIROLAMO SAVOLDO

A qualunque critico e amatore delle arti figurative abbia raccolto il sottile fascino di
questo pungente e talora persuasivo pittore bresciano, e si sia indugiato a meditare sulle
sue rare opere, tentando di tracciare uno schema mentale che renda quelle disjecta membra
a una ragionevole unità e figura, sono ben note le disavventure critiche attraverso cui ci
è giunta come sua la tavola dei Santi cremiti Antonio e Paolo, esposta nella Galleria del-
l'Accademia di Venezia.

Il primo che vi si rivolgesse credo sia stato il Burckhardt nella ristampa del Cice-
rone,1 dove — avendo letto nel quadro, sopra un sasso del primo piano, il nome d'un
Jacopus Savoldo e la data 1510 — egli immaginò che il pittore fosse un fratello di Gian-
girolamo: tanto gli lasciava intendere quella quasi smarrita scrittura.

Più dubitosamente il Cavalcasene,2 trascrivendo Jacopus Savoldo fato?... (alcuni leg-
gono /570)... Brixia..., annotava che « la pittura è in tutto eseguita secondo la maniera
di Giangirolamo, eppure porta il nome di Jacopus. Se noi accettiamo la lettura usuale
dell'iscrizione e la sua genuinità stessa, avremo qui un tardo Savoldo che cammina sulle
tracce del primo. Del suo stile trovasi nell'Accademia di Venezia un S. Elia (tavola, n. 88),
e una lunetta col busto di Re David (n. 161) proveniente anch'essa dalla Galleria Man-
frin »: a cui il Borenius aggiungeva che queste opere non vi sono più esposte e che i rife-
rimenti vanno al catalogo del 1867. L'« anch'essa » si spiega poi, quando si conosca che
la tavola dei Santi eremiti, erroneamente da costoro intitolata ai SS: Pietro e Paolo,
proviene appunto dalla Galleria Manfrin, dove l'imperatore Francesco Giuseppe l'acquistò
per l'Accademia veneziana.

La figura di Jacopo, fratello, e l'anno 1570 vennero così accettati dal Bode nella
quarta edizione del Cicerone e nelle seguenti; nonché dal Layard 3 che di Jacopo ricorda
un'altra opera già nella Galleria Manfrin e probabilmente il S. Elia ricordato. Indizio
significativo è anche questo, che il quadro dei Santi Eremiti non fu mai elencato fra
quelli del Savoldo, nè dal Morelli, nè dal Frizzoni, nè dall'Jacobsen. Unico il Berenson
l'ascrisse a Giangirolamo, pur senza rendercene ragione; e lo seguiva il Paoletti il quale,
prestando forse parole all'ipotesi che il Berenson poteva aver mossa, imaginò che l'iscri-
zione « ricorda il dono del quadro fatto da un parente di Girolamo »: ormai il restauro aveva
rinfrescata quella scritta [Jacopus. Saualdo. 1570 pinx. Brixia. donavit) e il soggetto stesso
s'era chiarito.4 Ciò non doveva però convincere il Von Fabriczy che nella decima
ristampa del Cicerone postillava: copia dal Savoldo.5 Ed è a ricordare che nè Lionello
Venturi, nè Michele Biancale, nè — ultimamente — il Von Hadeln citano la pittura fra
quelle del bresciano. Invece il Longhi, in queste pagine de L'Arte,6 non solo confermava
la paternità di Giangirolamo senza nemmeno porla in discussione, ma collocava l'opera
fra le primitive, anteriore alla Pala Trevisana del 1521, e vi osservava « lo studio me-
tallico della stampa nordica » oltre a un primo esempio di quegli « studi di forma »

1 Der Cicerone, 2aed., Ili voi., pag. 995, 1869.

2 A history of Painting..., 1871, Ediz. Borenius,

KM-, IH VOI.

3 Handbook..., 1887, II voi., pag. 584.

4 The Veruttati Painters..., 1894, pag. 115; Pao-
letti (O.), Catalogo delle RR. Gallerie, ecc.

5 ioa ed., Ili voi., pag. 937.

6 1917, pag. 99.
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