L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 28.1925

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UN GRANDE MINIATORE QUATTROCENTESCO

In questi ultimi anni è stato posto in luce il maggiore senese del Quattrocento, l'artista
versatile, Francesco di Giorgio Martini. La sua gloria di architetto militare nascondeva
quella di architetto civile e religioso, di scultore e di pittore. E quantunque le ricerche
abbiano dato modo di ammirar il maestro compiuto, non può dirsi che le ricerche stesse
abbiano toccato fondo, perchè, come Francesco di Giorgio stesso ne avvisa, anche in più
umili arti si esercitò la sua molteplice attività. Nel Monastero dell'Osservanza presso
Siena si possono vedere due Codici miniati da lui. Entrambi ci servirono a rintracciare
altre miniature del grande maestro e a riconoscerlo nelle biblioteche di Europa.

Lo abbiamo riconosciuto a Madrid, nella Biblioteca nazionale, in un superbo codice
miniato dei Trionfi del Petrarca, attribuito a « Escuela espanola », mentre è l'opera
più bella di Francesco di Giorgio eseguita per Federico da Montefeltro. Tutte le imprese
del Duca adornano le suntuose pagine, che il grande artista, in un momento di sosta dei
lavori architettonici, certamente dedicò al magnanimo signore.

Il codice principe dei Trionfi era indicato nel vecchio catalogo della Biblioteca urbi-
nate, ma sul margine di esso era una postilla in latino, che suonava così: « manca dal
tempo del Valentino, e madonna Elisabetta duchessa d'Urbino afferma di credere che si
trovi a Venezia presso qualche patrizio ». Il codice « ornatissimus » era stato portato via
dalla Biblioteca della Corte urbinate, quando Cesare Borgia s'impadronì d'Urbino. Del
resto il duca, imitando antichi e moderni invasori, predoni di cose d'arte, si portò via i
tesori della Corte montefeltrese, e anche una Venere antica, e il Cupido di Michelangelo,
che donò a Isabella d'Este Gonzaga, avida raccoglitrice di cose belle. Il codice dei Trionfi,
esposto nella Biblioteca nazionale a Madrid, miniato da Francesco di Giorgio Martini,
come dimostrerò con fotografie appena le avrò ottenute, fu dunque nel sacco del ladrone
Cesare Borgia.

Esempio ignorato dell'opera di Francesco di Giorgio è una tavoletta a tempera che
serve di coperta al Codice Urbinate, Lat. 508, adorna dei ritratti del Duca Federico da
Montefeltro e di un suo familiare (fig. 1). L'architetto d'Urbino, l'ardente apologista delle
doti di Federico nelle pagine del Trattato d'architettura civile e militare, ritrae in questa
singolare pittura il suo Mecenate. Bellissima, nella sua estrema semplicità, la cornice che
inquadra le due figure, rappresentate in colloquio, fissate dal segno incisivo di Francesco
di Giorgio in un momento della loro vita quotidiana. Il principe e il dotto si fanno riscontro,
di profilo, nel vano di una finestra limitata da cornici sottili, senza un ornato, semplici
regoli marmorei, e da un parapetto adorno di ricco tappeto orientale, anch'esso aderente,
senza una piega, senza un'increspatura, alla parete.

L'espressione architettonica è ridotta al minimo, ma le proporzioni rispecchiano
lo spirito agile dei lineati edifici eretti dal maestro delle eleganze senesi. Ugualmente carat-
teristico di Francesco il segno tagliente e duttile che s'incurva come filo metallico a orlare
le labbra dei personaggi, i grossi menti rotondi, le iridi chiare, il profilo adunco di Federico.
L'immagine del duca, che Piero della Francesca disciplina alla ragione geometrica, impri-
mendo ai lineamenti deformi la maestà impassibile propria alle sue creature, qui s'attrap-
pisce grinzosa; ma l'occhio di lince, in quella maschera di uccello rapace, s'accorda col
movimento delle mani artigliate che stringono come in una morsa il libro: nella intensità
della meditazione quello sguardo si ripiega entro di sè, mentre gli occhi del cortigiano
s'appuntano al duca come a maestro. Il pittore, che nel Trattato proclama Federico sua
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