L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 28.1925

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PER FRANCESCO DI GIORGIO MARTINI

All' architetto ing. Gino Chierici.

Francesco Dì Giorgio Martini, già noto come architetto militare, ora come architetto
civile, veramente tra i principi dell'architettura italiana, fu spirito versatile: pittore, minia-
tore, scultore.

Ampliato ora dalla storia l'orizzonte del suo mondo artistico, la figura del maestro
senese ci appare degna di prender posto tra le più rappresentative del genio italiano du-
rante il Quattrocento, assillata com'è dalla sete di conoscenza che l'approssima a Leonardo.

Nel Museo del Louvre, accanto alla Gioconda, è un busto che pochi ammirano (fig. i),
attratti dai nomi di Raffaello e di Leonardo, di continuo echeggianti in quello scomparto
della grande galleria, mentre la scultura in legno si nasconde sotto la scritta umile nella sua
indeterminatezza: « scuola italiana ». Ma a chi, sorpreso dal delizioso contorno del busto,
dalla squisita delicatezza delle tracce di colore rimaste attraverso i guasti delle scrostature
e dei tarli, si soffermi un solo istante, il busto femmineo sembra subito degno di apparire
accanto alle celebrate opere d'arte che l'attorniano: creazione di affascinante bellezza,
nell'umile materia. Il busto di giovinetta, esile, non ancora formato, s'innalza dal plinto
con flessuosa grazia, il lungo collo s'inchina leggermente, accentuando la deliziosa fragilità
della forma; le labbra arcuate, l'occhio smarrito nell'ombra delle palpebre socchiuse,
oblungo di taglio, la melodiosa linea fluente dell'acconciatura, evocano il raffinato
Quattrocento di Siena. Anzi, l'occhio stretto, come ad acuire lo sguardo verso lontananze
di sogno, ricorda un poema di femminilità, di verginale grazia, composto da Francesco Di
Giorgio: l'immagine di Santa Caterina nella casa della Santa a Siena; il collo lungo, assot-
tigliato in alto, tronco di colonna a forte rastrematura, il serico busto di principessa urbi-
nate nella casa di lord Wemyss a Londra; anche il forte sviluppo del mento è tipico delle
figure scolpite o dipinte dal maestro. E l'opera è di architetto, che partendo da una visiono
lineare, sente, come un grande costruttore di volumi plastici, Francesco Laurana, la
necessità di attuar un equilibrio architettonico perfetto, e all'inclinazione, che assimila il
busto veduto di fianco a una sottile voluta, oppone, come contrappeso, la caduta a piombo
di un angolo del velo, stillante goccia rappresa. Come gli edifici di Francesco Di Giorgio,
per l'affilatezza e la flessibilità delle sagome, richiamano, nell'ultimo trentennio del Quat-
trocento, nonostante la perfetta regolarità geometrica dell'insieme, la tradizione gotica
tenace a vivere per tutto il Rinascimento in suolo senese, così l'equilibrio perfetto ma fra-
gile del busto inclinato, e l'apice acuto del velo, portano nella scultura, degna del più puro
Quattrocento toscano, l'eco lontana dell'arte gotica. TI busto, delicato, giovanile, è chiuso,
sopra la veste a maniche ampie e fluenti, da un corsetto vellutato, che aderisce alla
forma gracile, e nella sua tensione commenta l'incavo della spalla, il lieve sbocciar del
petto, con delicatezza suprema. Il gusto capriccioso e raro dell'ideatore di fregi a porte e
camini nei palazzi di Gubbio e di Urbino, dei cespi d'acanto da cui escon gli angioletti
bronzei del duomo di Siena, riappare anche in questa visione di pura e semplice eleganza:
basta che il velo cada dalla massa delle chiome trattenute per un teso nastro, a guisa di
gigante foglia appassita. Conosciamo, di Francesco Di Giorgio, i due busti di principessa
urbinate, ardito nello slancio lo stucco presso lord Wemyss a Londra; immagine d'ariste-
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