L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 28.1925

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WALTER PATER CRITICO D'ARTE

Il Pater prima di far della crìtica ha sentito
molti) giustamente il bisogno di darle una base
teorica, e ha compreso che avanti di parlare del
bello si deve precisare che cosa s'intenda per tale.
Egli non ammette una bellezza astratta, unica,
universale, ma varie bellezze, o quanto meno ri-
tiene inutile per la critica d'arte la ricerca, di una
bellezza assoluta. La sua critica pertanto non è
sistematica, nè dottrinaria. Sentire è la base del
suo giudizio. Egli ha forse compreso la difficoltà
che ogni critico ha sempre incontrato nell'attenersi
a una data teoria e nel giudicare delle opere d'arte
come di attuazioni più o meno compiute di una
data formula di bellezza. Tale difficoltà, dovuta
ali'incompiutezza della teoria e alla mancanza di
generalità nella formula, porta il critico a con-
traddirsi di fronte ad opere che non si accordano
con esse, ma che il suo temperamento artistico
non può tuttavia non esaltare.

Per il Pater in ogni opera d'arte e in ogni artista
si trova sempre uno speciale principio attivo, che
ne è l'elemento essenziale e caratteristico.1 Egli
considera dunque ogni artista come un'individua-
lità assolutamente distinta da tutte le altre, ogni
opera d'arte come un tutto a sè, avente caratteri
propri. È questo un atteggiamento che precorre
in un certo senso la recentissima critica, per la
quale è ormai un principili acquisito doversi consi-
derare ogni artista come un'individualità distinta
e ogni opera d'arte come un tutto a sè, non para-
gonabile a nessun'altra, sotto il riguardo estetico.

Il Pater, nonostante queste sue affermazioni,
fa però spesso dipender l'artista dal suo ambiente:
il critico deve intatti secondo lui ricercare come
nell'opera d'arte il moto e il sentimento di un
periodo storico trovino la loro rispondenza, e qual
sia il crogiuolo dove si compiono il loro raffi-
namento e la loro elevazione.2 A ciò lo porta
l'influenza del Taine, del quale però egli usa con
moderazione, e intende con discrezione la teoria.

Il Pater ci parla sempre di critica estetica e di
critico estetico, ma questa sua critica ideale è poi

1 Vi di \V. PATÉ*, /( Rinascimento, Studi d'arte e di
poesia, trad. di A. De Rinaldi*. Napoli, Ricciardi, 1925
(la prima edizione è del 1912), pp.

2 Op. cit., p. 5-

propriamente una critica estetica? La virtù, il
principio attivo che il critico deve disceverare in
ogni opera d'arte, che cosa sono rea'mente per il
nostro? Sono, se non andiamo errati e come ci par
di desumere dalla pratica critica del nostro autore,
il motivo dominante dello spirito dell'artista, la
forza centra'e o le forze centra'i, la mo'la che fa
agire tutta la macchina. Certo trovare questo
pecu'iar carattere dell'artista deve essere il prin-
cipio di ogni sana critica, ma a formare l'opera
d'arte questa virtù e questo principio attivo non
bastano da so'i. se non sono concretati in un'espres-
sione che abbia va'ore estetico. Soltanto a tale
condizione noi possiamo parlare d'arte.

Qra della capacità dell'artista a tradurre il suo
animo in espressioni esteticamente riuscite, del
modo particolare in cui la vita dello spirito si at-
teggia nella fantasia, fondendosi col suo equivalente
sensibile, il Pater, almeno di proposito, non si occupa.

La critica del Pater dunque non è vera critica
estetica, ma è sostanzialmente critica psicologica,
intesa come critica dell'anima dell'artista, ed essa
si riconnette alla corrente critica francese del
secolo xix, che è appunto essenzialmente psico-
logica. La virtù e il principio attivo del Pater non
sono qualcosa di molto diverso dalla facilitò mai-
tresse del Taine, che il nostro segue anche quando
s'indugia troppo a considerar l'influenza dell'am-
biente sull'artista.

E noto inoltre che il Taine pretendeva appli-
care a'I'estetica il metodo delle scienze naturali,
benché effettivamente il procedimento da lui ado-
perato sia, per dirla eoi Croce, "intellettualistico,
moralistico e rettorico ». Anche per questo lato
l'influsso ile! Taine è visibile nel Pater. Secondo
questo, infatti, gli oggetti della critica estetica « pos-
seggono come i prodotti della natura altrettante
qualità o virtù "; «sono valutabili per la loro virtù,
come noi diciamo parlando di un'erba, di un vino,
di una gemma »; lo scopo del critico è raggiunto,
(piando egli ha disceverato quella virtù e l'ha
determinata, come un chimico determinerebbe,
per sè e per gli altri qualche elemento di natura 1

11 l'a ter risente anche l'influsso del Sainte-Beuve.
Questi voleva trovare in un temperamento, in

1 Op. cit., pp. +-5.
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