L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 28.1925

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UN GRANDE MINIATORE QUATTROCENTESCO

II tono monocromo delle carni, il tenue fondo cilestrino, certe note di un finissimo
viola stinto, si avvivano per qualche squillo di rosso fuoco nelle vesti, ma soprattutto
per la gioiosa policromia del tappeto, aiuola fiorita, e per la copertina del libro stretto
dalle mani tenaci di Federico: splendido esempio di legatura artistica del Rinascimento.

Nel Museo Condè di Chantilly, fra tante meraviglie d'arte italiana, quasi sfugge allo
sguardo, nelle sue proporzioni minime fra i grandi quadri che la circondano, una minia-
tura discussa quale opera di Sandro Botticelli e classificata tra gli esempi della sua scuola.
Raffigura un soggetto caro all'arte del Rinascimento, ampiamente svolto, alla fine del
Trecento, da Andrea di Firenze nel Cappellone degli Spagnoli: le Arti del Trivio e del
Quadrivio. L'opera (fig. 2), non botticelliana, è degna del Botticelli per lo spirito di poesia
che la pervade; vi si rivela una immaginazione più capricciosa, un temperamento più
vivace, lontano dal fascino malinconico proprio all'arte del Fiorentino; vi s'intona una
musica tutti scatti e trilli, familiare a quanti conoscono VIncoronazione della Vergine
dipinta dal senese Francesco di Giorgio, ora nella Galleria dell'Accademia di Siena.

Le caratteristiche più marcate dei tipi di Francesco si ripetono nella grossa testa di
Aristotele, con aspri lineamenti; il fanciullino paffuto, che la Grammatica maternamente
guida verso la porta del sapere, ha le stesse proporzioni di quello che accompagna una
immagine di Santa nella Galleria nazionale di Londra e dell'altro che appare nella predella
con episodi della vita di San Benedetto a Firenze; agli angeli dell'Incoronazione corre il
nostro pensiero contemplando l'agile figuretta della Musica che si tende quasi a seguire
l'ascesa delle canne d'organo, e inarca con grazia di cigno la testa fiorente di giovinezza,
tutta luce di sorriso tra gli sbuffi delle chiome ricciute. Forse non v'è altra immagine di
Francesco di Giorgio gentile come questa; il versatile artista, nato nella terra della melodia,
Siena, serba qui le carezze del suo pennello per il simbolo della musica. Ed ecco in tutte
le immagini ripetersi i polsi tenui, le dita sottili e agili, le vitree lumeggiature proprie al
Senese; ecco riapparire le rocce cristalline e fibrose, a minutissime fratture verticali, che
l'artista predilige, nelle pitture come nei bronzi. Le continue interruzioni della linea, il
tremolio di tutte quelle vene di cristallo, trasportano il piccolo popolo delle Arti e dei
sapienti che le impersonano, in un mondo fantastico, animato di voci argentine.

Non conosciamo commenti figurati della Divina Commedia per opera di Francesco di
Giorgio, clic pure ha illustrato le pagine dei Trionfi del Petrarca; ma nel figurare le Arti
liberali e i sapienti egli s'ispira al poema. I pittori del Trecento presentano, come Andrea
da Firenze, in una rassegna le Arti e i loro eroi: una teoria di troni con le immagini delle
prime, e sotto ogni trono un più modesto seggio per i savi; Francesco di Giorgio, uomo del
Rinascimento e grande architetto, innalza, tutta circondata da acque, isolata dal mondo, leg-
giera e fantasiosa come architettura sognata da un artista del Celeste Impero, una mon-
tagna a balze concentriche, sino a raggiungere gli archi di cielo che racchiudono il disco
raggiante dell'Eterno. La Sapienza isola dal mondo l'uomo per guidarlo a Dio: ed ecco
aggiungersi una figura a quella delle Arti, la Scienza divina che inalbera il simbolo della
Trinità e accenna a Dio, mèta suprema della scienza terrestre.

La montagna innalzata dal grande architetto in linee di suprema armonia, come di
tanti sovrapposti diademi che un minuto lavoro di cesello ingioielli di luce, è l'interpreta-
zione pittorica più acuta e fedele del Purgatorio costruito da Dante: sette balze, una circo-
lare scala dalla terra al cielo. Solo il genio ardito, la matematica precisione del Senese
potevano darci una traduzione così limpida del concetto costruttivo dantesco, cui egli
toglie la nota austera e tragica, ogni senso di desolazione e di tristezza: le sabbie aride, le
rocce nude, diventano cristalli venati, ghiacci brillanti: fiori spuntano ovunque, ovunque
brilla la luce: il mondo dell'espiazione si muta in una torre fiorita, in un lembo d'Eliso: le
erbe folleggiano al vento, traboccano dalla cornice delle balze come dall'orlo di cestelli
preziosi, e l'ultima figurina circondata dal loro tremito sembra posare in un'aiuola di fiori.

Adolfo Venturi.
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