L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 7.1904

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MISCELLANEA

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fano Baschi (o Bassi) ci è dato dall’anagrafe come
patruus, cioè zio paterno, malgrado che la diversità
del cognome faccia credere piuttosto a un avunculus,

0 zio materno. In quest’epoca però, l’argomento del
cognome non può avere valore assoluto. Del resto
poco c’importa di sapere se il nonno dei Caroto era
niesser Bettino Baschi o qualsivoglia altri ; quello che
è certo si è che anche i Caroto appartengono al nu-
mero di quei lombardi che nei secoli xv e xvi afflui-
vano a Verona, per esercitare l’ingegno alacre e il
corpo robusto, come muratori, scalpellini e lanaiuoli,
dai quali l’arte veronese ebbe in sorte i suoi maggiori
rappresentanti, cioè Michele Sammicheli e Paolo Ve-
ronese.

Giovanni Francesco Caroto godette di una certa
agiatezza: cento ducati gli erano venuti dalla moglie;
dei beni immobili avea acquistato a Casale, come im-
pariamo dal Vesme ; sua era la casa, con la spezieria
sulla piazza Erbe, in cui abitava con la famiglia; ma
possedeva ancora dei diritti per 300 ducati su quei
cassoni di legno della piazza del mercato di Ve-
rona, che fungevano da botteghe mobili e precisa-
mente su quella porta che era chiamata la Gabia, che
si trovava nella piazzetta accanto alla Camera di Com-
mercio, allora Domus mercatorum. Egli appunto li
affittava il 22 marzo 1541 1 a Camillo Alcenago per
75 lire e nel gennaio del 1554 affittava ai fratelli Ni-
colò, Luigi e Giulio Maffei per 50 lire annue alcune
terre che egli possedeva al Palli. Non dovea quindi
troppo lagnarsi degli estimatori, che a lui, che pos-
sedeva una spezieria ed esercitava l’arte della pittura,
attribuivano nel 1531 una lira e quattro soldi di estimo
e una lira e undici soldi nel 1545.

Sappiamo che la sua casa era sul lato orientale di
piazza Erbe, che era sull’angolo di una via e che avea
per confinanti i Morando, ma questo non ci basta per
determinarla con precisione. Questi dati sulla casa ci
sono forniti dai documenti di una lite curiosa. Pietro,
nipote di Giovan Francesco, avea lasciato i suoi beni
ai figli legittimi, col patto però che, se la loro discen-
denza venisse a mancare, dovessero passare ai discen-
denti di un suo bastardo, Antonio, che egli avea fatto
educare e laureare in medicina. E il caso previsto
dal testatore nel 1589 si verificò appunto nel 1626. 1 2 3

Dott. Luigi Simeoni.

Oreficeria medievale abruzzese. — Credo non
sia il caso di tornare su tutto quanto è stato detto
in passato intorno all’oreficeria medievale abruzzese.

1 chiari scrittori che trattarono l’argomento non fu-
rono sempre d’accordo nelle conclusioni e nella clas-
sificazione delle opere. Io riassumerò alcuni miei studi

' A." Arch. Veronesi, pergamene Bevilacqua-Alcenago.
2 A, Arch, Veronesi, Rettori Veneti, 1514.

che al soggetto si riferiscono, i quali sono il risultato
di ricerche d’archivio e di analisi minutissime fatte su
una estesa raccolta di modelli e di calchi.

* * *•

Su la esistenza nel medioevo delle corporazioni o
maestranze dell’arte degli orefici negli Abruzzi non
cade dubbio. Qualcuna è ricordata da documenti au-
tentici. Col sussidio dei marchi di controllo e di un
numero sterminato di opere, scoverte dentro e fuori
la regione, mi parve di non errare, fissando le sedi
di queste maestranze a Sulmona, a Teramo e ad
Aquila, 1 centri principali di lavorazione.

Le scuole abruzzesi d’oreficeria devono la loro ori-
gine all’oreficeria fiorentina. 2 Quella sulmonese, la
quale raggiunse il massimo splendore tra la fine del
secolo xiv e la prima metà del seguente, fu, senza
dubbio, nonché la più feconda, la più antica, poten-
dosi ciò dimostrare con le opere e con il marchio SVL
(Sulmona) del xm secolo. J Questo marchio trovasi
impresso in uno stupendo dittico di argento del duomo
di Lucerà. 4

Sebbene scarse, le notizie e le opere che ci fan
conoscere la scuola teramana sono importantissime.
Il marchio della~corporazione era TER {Teramo), il
quale fu rinvenuto in un calice quattrocentino dal
sig. E. Rogadeo. 5 Non saprei dire con esattezza del-
l’antichità di questa scuola, la quale fiorì tra la fine
del secolo xiv e i primi del xv. Si parlò di un reli-
quiario istoriato eseguito da un Rainerius Teramnese

1 L’arte dell’orafo nella terra d’Abruzzo, in Rivista Abruzzese,
anno XII, fase. 2°, Teramo, tipografia del Corriere Abruzzese, 1897.

2 P. Piccirilli, Monumenti sulmonesi, Lanciano, Carabba, 1888 ;
E. Bertaux, Di un dittico sulmonese di argento nel duomo dì Lu-
cerà, in Rassegna Abruzzese, anno I, Rocco Carabba, Lanciano,
1897.

3 L. Gmmlin, L’oreficerìa medievale negli abruzzi, traduzione
di G. Crugnoli, Teramo, tip. del Corriere Abruzzese, 1891 ; E. Ber-
taux, op. cit.

4 E Bertaux, op. cit.

Importante è la notizia che si legge nell’inventario del tesoro
della cattedrale di Bari, redatto nel secolo xiv (Cfr. E. Rogadeo,
Il Tesoro della regìa chiesa di San Nicola di Bari nel secolo XIV,
ne L’Arte, tomo V, fase. 110-12"). « Calix unus magnus de argento
deauratus cum ymaltis sex in pede et totidem in pomo in quibus
ymaltis pedis sunt ymagines tres Sanctorum et in tribus atiis ymaltis
pedis sunt arma ad denticellos albos et rubeos (partito inchiavato
di argento e rossoJ illol'um de Ledo et ymaltis pomi sunt capita
Sanctorum cum foliis ad rarnmos desuper et supter, cum patena
una deaurata cum ymagine Maiestatis cum duabus rosis a dexttris
et alia a sinistris factus in Solinone, ponderis librarum trium. »

Nello stesso inventario si trovano notati altri doni, certamente
lavorati nelle officine sulmonesi, sempre con l’arma dei De Letto :
un turribulum magnum de argento, una cassetta, due bucalettì.
Crede il Rogadeo che il donatore sia stato quel Rinaldo De Letto,
giustiziere di Bari nel 1304.

5 Di un calice della cattedrale di Bitonto e della oreficeria abruz-
zese del XV secolo, Bitonto, N. Garofalo, 1903.
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